ISSN 2704-8098
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  Articolo  
19 Giugno 2020


Note sulla police brutality a partire dai fatti di Minneapolis


Abstract. La morte di George Floyd, sottoposto alla tecnica di polizia nota come knee-on-neck, riscopre drammaticamente lacerazioni che nella storia americana trovano nella questione del razzismo un punto di convergenza. Al tempo stesso, l’elevato numero di morti in fermi, arresti e operazioni di law enforcement richiama la necessità di intervenire sull’uso della forza nelle pratiche di polizia, che costituisce negli Stati Uniti un argomento di dibattito e di studio da molti decenni.

Dopo una breve ricostruzione dei fatti di Minneapolis e delle proteste che ne sono seguite, il saggio discute i principali risultati della ricerca sulla police brutality al fine di rilevare come la vulgata delle “mele marce” non riesca a cogliere la complessità della questione relativa ai limiti dell’agire di polizia. L’intento è di mostrare come le scelte d’azione del singolo poliziotto si costruiscano in un delicato equilibrio tra diversi processi di legittimazione e nell’intersezione tra soggettività, situazione contingente, sapere istituzionale e sistema culturale.

In questa prospettiva, sul finale saranno forniti alcuni spunti per riflettere sul contesto italiano ed europeo.

 

SOMMARIO: 1. La questione del razzismo. – 2. La ricerca criminologica sulla police brutality e la vulgata delle mele marce. – 3. Legittimità e limiti del policing. – 4. Andare oltre la split-second syndrome. – 5. E in Italia? Qualche spunto di discussione.

 

*  In vista della pubblicazione su Diritto penale contemporaneo – Rivista trimestrale, il contributo, qui pubblicato in anteprima, è stato sottoposto in forma anonima, con esito favorevole, alla valutazione di due revisori esperti.