Abstract. La violenza di genere, quando approda nel processo, non è più un “fatto privato”: è un racconto che chiede di essere ascoltato, ricostruito e riconosciuto. Il processo può divenire luogo di giustizia oppure trasformarsi in un nuovo “teatro” di violenza simbolica, che trova espressione nei fenomeni di vittimizzazione secondaria, inizialmente emersi nelle Carte internazionali e, oggi, espressamente recepiti anche nel nostro ordinamento con la recente legge n. 181/2025. Il legislatore, negli ultimi anni, ha progressivamente rafforzato il versante repressivo del contrasto alla violenza di genere. Si pensi, solo per richiamare gli interventi più recenti, all’introduzione del reato autonomo di femminicidio, così come alla proposta di riformulazione della nozione di violenza sessuale, nell’ambito dell’intervento volto a rimodellare l’art. 609 bis c.p. Tuttavia, le maggiori difficoltà si manifestano sul terreno della prova. Il nostro Paese, nonostante l’imponente armamentario legislativo progressivamente introdotto, continua ad essere richiamato dagli organismi internazionali per ritardi nelle indagini e insufficiente valutazione del rischio, nonché per la persistente tendenza all’utilizzo di linguaggi e motivazioni che finiscono con il “colpevolizzare” le persone offese, innescando meccanismi di vittimizzazione secondaria. Il presente contributo mira, così, al “cuore” più fragile e complesso dei procedimenti in materia di violenza di genere: la formazione del convincimento del giudice quando l’intera ricostruzione dei fatti dipende, in misura pressoché esclusiva, dalla “parola” della vittima. La recente riforma in materia di femminicidio, pur tra le criticità emerse sul piano della tecnica normativa, della costruzione della nuova fattispecie incriminatrice e della previsione della pena fissa dell’ergastolo, presenta profili di significativo interesse sotto il versante processuale e ordinamentale. Essa investe, più in profondità, il terreno delle categorie interpretative attraverso cui il sistema giudiziario è chiamato a leggere la violenza di genere, imponendo il superamento di modelli valutativi apparentemente neutrali ma incapaci di coglierne la dimensione strutturale e discriminatoria.
SOMMARIO: 1. Presupposti metodologici: naming e dimensione di genere – 2. La cornice normativa tra tutela delle vittime e obbligo di indagine effettiva – 3. Le “incertezze” probatorie che connotano i processi di violenza di genere – 4. I profili di violazione delle convenzioni europee – 5. Gli stereotipi di genere come vizio di motivazione – 6. Superamento degli stereotipi e tutela processuale nella recente riforma sul femminicidio.
*Il contributo è stato sottoposto in forma anonima, con esito favorevole, alla valutazione di un revisore esperto.