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11 Aprile 2022


Il discorso del Presidente Mattarella ai magistrati ordinari in tirocinio nominati con d.m. 2 marzo 2021


Riportiamo di seguito il testo, pubblicato sul sito del Quirinale, dell’intervento del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella del 30 marzo 2022, presso il Palazzo del Quirinale, in occasione dell’incontro con i magistrati ordinari in tirocinio nominati con D.M. 2 marzo 2021, nel giorno successivo alla scelta delle sedi per l’assunzione delle funzioni.

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Rivolgo un saluto molto cordiale alla Ministra della giustizia, al Vice Presidente e ai componenti del Consiglio Superiore della Magistratura, al Primo Presidente e al Procuratore Generale della Corte di Cassazione, al Presidente e ai componenti del Direttivo della Scuola superiore. E a voi, magistrati in tirocinio.

Benvenuti al Quirinale.

Ringrazio il Vice Presidente Ermini e il Presidente Lattanzi: dai loro interventi di apertura emerge con evidenza l’impegno profuso per assicurare ai magistrati in tirocinio percorsi formativi mirati sulle loro specifiche esigenze, sviluppati dal Direttivo della Scuola, con la collaborazione consueta del Consiglio Superiore e del Ministero.

Rivolgo un saluto anche ai magistrati nominati nel gennaio 2020 che non ho avuto modo di ricevere al Quirinale quando hanno scelto la sede, a causa delle misure restrittive allora in vigore per l’emergenza pandemica.

L’incontro odierno riprende l’ormai tradizionale appuntamento con i magistrati in tirocinio prima dell’assunzione delle funzioni; è un incontro cui attribuisco grande significato per salutare l’avvio della vostra attività professionale, come Presidente della Repubblica e anche come Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura.

Riveste grande rilievo intraprendere con il giusto approccio un’attività fondamentale e delicata come quella del magistrato.

È importante non perdere lo spirito iniziale, l’attenzione e l’entusiasmo che vi hanno condotto a una scelta così impegnativa.

Occorre altresì non smarrire mai il senso della funzione che la Repubblica attribuisce alla Magistratura, perché in essa risiede una delle più preziose risorse che la Costituzione prevede e ha voluto affidarle: l’affermazione della giustizia attraverso l’applicazione della legge.

Ai magistrati è attribuita la tutela dei diritti e la garanzia di giustizia che vi è connessa; senza queste lo Stato democratico, fondato sull’uguaglianza e sulla pari dignità delle persone, sarebbe gravemente compromesso.

Principale corollario dell’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge, riconosciuta dall’art. 3 della Costituzione, è l’imparzialità nell’esercizio della giurisdizione, vale a dire la capacità di assicurare la tutela dei diritti riconosciuta in modo efficace a ciascuno.

Per assicurare l’integrità di questi valori la nostra Costituzione garantisce alla Magistratura autonomia e indipendenza da ogni altro potere, come poc’anzi rammentava il Presidente Lattanzi.

La drammatica attualità della guerra sta provocando angoscia nella vita di tutti, mostrandoci da vicino i suoi orrori, intollerabili e disumani, ma ci consente anche di constatare che laddove la Magistratura non ha garantita una sufficiente indipendenza dagli altri poteri la democrazia risulta gravemente incrinata, se non vanificata. Per questo va avvertito l’orgoglio della nostra democrazia costituzionale, impegnandoci ad assicurarle il massimo livello di efficienza e trasparenza in ogni sua articolazione; e quindi anche nell’amministrazione della giustizia.

Il legame che intercorre tra le garanzie costituzionali di autonomia e indipendenza e l’imparziale esercizio della giurisdizione è indissolubile ed è di valore imprescindibile.

Proprio grazie a queste garanzie, l’opera della giurisdizione ha contribuito, nel tempo, ad assicurare una diffusa tutela dei diritti e delle opportunità, come pure il costante impegno per l’affermazione del principio di legalità. Anche grazie a questo la nostra società, sia pure con imperfezioni, si è evoluta in maniera coerente con i principi dinamici della nostra Costituzione.

A questo riguardo si coglie l’importanza e, al contempo, la delicatezza dell’attività di interpretazione rimessa alla Magistratura, che richiede grande senso di responsabilità. Ne parlavano poc’anzi il Vice Presidente Ermini e il Presidente Lattanzi.

Interpretare non può mai voler dire né arbitrio né, tanto meno, ricerca di originalità: è la norma – stabilita democraticamente dal Parlamento e correttamente inserita nella cornice valoriale delineata dalla Costituzione – a dover definire, perimetrandolo, l’ambito di riferimento della decisione.

Interpretare, quindi, significa adattare al caso concreto la norma, senza mai stravolgerla o forzarla, rendendola, piuttosto, attraverso un percorso logico, viva e riconoscibile.

Al contempo, la norma deve rimanere uno strumento certo per la risoluzione dei conflitti, non può risolversi in un percorso argomentativo che eviti di affrontare la responsabilità della decisione. Occorre aver ben presente che il fine ultimo dell’intervento richiesto alla Magistratura è la risposta di giustizia, che rimarrebbe irrimediabilmente denegata ogni qualvolta, alla pur sapiente ricostruzione normativa, non corrispondesse l’adozione di una decisione riconoscibile e comprensibile.

In questa prospettiva assume rilievo anche la prevedibilità della decisione: la coerenza giurisprudenziale nell’interpretazione delle norme rafforza la fiducia dei cittadini, perché assicura la parità nel trattamento di casi simili.

Compete anche a voi, giovani magistrati, con serietà di approfondimento e ponderazione nelle scelte, farvi carico di un’interpretazione delle norme che sia responsabilmente orientata ad assicurare una risposta giudiziaria adeguata alle istanze di tutela e necessariamente sempre radicata nel diritto positivo.

Nella decisione – che non deve mai ignorare il peso della responsabilità per le sue conseguenze sulla società e sulle singole persone – non si è mai soli. Oltre al conforto degli studi, degli approfondimenti e dei precedenti giurisprudenziali, il magistrato è espressione dell’Ordine giudiziario al quale appartiene, e la sua decisione sarà sempre più resistente e comprensibile quanto maggiore sarà il livello di confronto e la condivisione di cui si è potuta avvalere.

In tale ambito, l’attività di nomofilachia svolta dalla Corte di Cassazione assume un ruolo determinante, perché la funzione di orientamento nell’interpretazione delle norme risponde all’esigenza – che sottolineo nuovamente come fondamentale – di promuovere la prevedibilità delle decisioni e, dunque, l’uguale ed omogenea applicazione della legge e, insieme, in questo modo, la credibilità dell’Ordine giudiziario agli occhi dei cittadini, vero presidio dell’indipendenza.

Diviene così evidente che il sapere giuridico di cui voi certamente siete dotati, avendo superato una selezione particolarmente difficile, è requisito indispensabile per l’attività che vi apprestate a svolgere ma non sufficiente per l’esercizio della giurisdizione.

Si rivelano, infatti, altrettanto importanti la capacità di ascoltare e l’apertura al confronto, che costituiscono l’essenza della dialettica processuale.

Per questo occorre coltivare “l’etica del dubbio” e rifiutare ogni forma di arroganza cognitiva, alla quale deve fare da contrappeso la prudenza del giudizio come stile morale e intellettuale della funzione giudiziaria.

La disponibilità all’ascolto per il giudice non è soltanto un dovere giuridico e deontologico, ma esprime un atteggiamento di onestà intellettuale verso gli altri.

In questo si riconosce il maggior valore delle evoluzioni sociali recepite dalla giurisprudenza, rese possibili dall’opera insostituibile di una Magistratura attenta e sensibile, prudente interprete delle norme alla luce del dettato costituzionale.

Prudenza – sia chiaro – non vuol certo dire timidezza, né timore della reazione che può comportare la decisione assunta, bensì accurata valutazione dei valori in rilievo, rifuggendo da ricostruzioni normative avventate o dettate da impropri desideri di originalità o di consenso esterno.

Per garantire l’equilibrio delle decisioni è necessario conoscere i limiti della propria funzione, senza mai cedere alla tentazione dell’autocelebrazione e della ricerca assoluta del consenso.

Anche quando si ritiene di essere nel giusto – ovunque, in qualunque ruolo e condizione – occorre coltivare la fiducia nelle proprie ragioni attraverso il ricorso agli strumenti che l’ordinamento pone a disposizione di tutti, pone a vantaggio di tutti, anche nelle vicende giudiziarie, senza mai cercare di plasmare le regole a piacimento, ma seguendo il modello di garanzie disegnate dalla nostra Costituzione.

Le funzioni che vi apprestate a svolgere sono caratterizzate da grande responsabilità sociale, che impone il serio rispetto della deontologia professionale e la sobrietà nelle condotte individuali.

A voi è chiesto di amministrare la giustizia con professionalità e con riserbo, avendo sempre presente il principale dovere che deve assumere il magistrato: l’eticità dei suoi comportamenti, anche nelle diverse forme di comunicazione.

Il principio di imparzialità transita necessariamente anche attraverso il rifiuto del protagonismo e dell’individualismo giudiziario. L’imparzialità viene, infatti, rafforzata dalla riservatezza nei riguardi dei processi o delle materie di cui ci si occupa; diversamente si può correre il rischio di apparire di parte o pregiudizialmente orientati, forzando i dati della realtà.

Al contempo, è opportuna la trasparenza della decisione da assicurare attraverso un’adeguata comunicazione istituzionale, idonea a tutelare il prestigio della funzione, che viene ulteriormente garantita e rafforzata dal riserbo dei magistrati.

Centrale in questa prospettiva è il ruolo del Consiglio Superiore della Magistratura, che costituisce il presidio voluto dalla Costituzione a garanzia dell’indipendenza e dell’autonomia dell’Ordine giudiziario, non per favorire la condizione dei magistrati bensì per garantire che la giurisdizione non subisca alcun tipo di condizionamento e che venga esercitata con efficienza, in puntuale e rigorosa applicazione della legge.

Il Consiglio Superiore riveste un ruolo di garanzia imprescindibile nell’ambito dell’equilibrio democratico. Pertanto è necessario, e di grande urgenza, approvare nuove regole per il suo funzionamento, affinché la sua attività possa pienamente mirare a valorizzare le indiscusse professionalità di cui la Magistratura è ampiamente fornita.

Sono in contrasto, quindi, con la funzione giurisdizionale accordi per favorire interessi personali: la garanzia della più alta qualità della giurisdizione è un dovere inderogabile, e costituisce il fondamento del rapporto di fiducia che il Paese deve poter nutrire nei confronti dell’amministrazione della giustizia.

Voi sarete adesso chiamati a esercitare una funzione complessa, come giudici o come magistrati dell’ufficio del pubblico ministero. Questa funzione rappresenta un’indispensabile struttura portante del nostro Stato democratico, di diritto. Certamente avvertite l’orgoglio di servire l’Italia attraverso l’impegno diretto all’affermazione della giustizia.

È bene che questa consapevolezza vi accompagni per tutto l’arco della vostra carriera, nel corso della quale mi auguro possiate conservare sempre lo slancio ideale e la motivazione che vi hanno consentito l’approdo alla Magistratura e che, insieme al senso della misura e alla costanza, vi saranno utili per affrontare la fatica e la responsabilità del decidere.

L’esperienza dolorosa della pandemia – purtroppo non ancora conclusa – ha reso evidenti debolezze della nostra società e messo in luce zone d’ombra nel percorso di modernizzazione della pubblica amministrazione, non compatibili, in maniera assoluta, con la garanzia dei diritti che le istituzioni devono, invece, assicurare.

La giurisdizione è centrale per il progresso del Paese e occorre adeguarne gli strumenti di funzionamento per garantirne l’efficacia.

Anche la Magistratura, quindi, è chiamata a sostenere il cambiamento avviato per la ripresa del Paese, attraverso l’assunzione di un impegno effettivo per realizzare gli obiettivi indicati nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.

Le risorse di mezzi e personale investite nel Piano rappresentano, peraltro, un’occasione irripetibile per migliorare gli strumenti attraverso i quali si esercita la giurisdizione.

A voi – cari magistrati in tirocinio – competerà un ruolo primario per assicurare il pieno funzionamento dell’Ufficio del processo, strumento rafforzato per consentire al giudice di fornire una risposta alla domanda di giustizia in maniera più efficace e tempestiva, grazie all’apporto delle figure che, a titolo diverso, collaborano all’interno dell’Ufficio. In questa prospettiva, sarà necessario delineare modalità nuove attraverso le quali esercitare la giurisdizione, in una prospettiva che, ormai, non è più soltanto nazionale ma pienamente europea.

La Repubblica vi affida un compito difficile ma affascinante. Sono convinto che saprete esercitarlo dando il meglio di voi stessi con la necessaria passione civile, con la virtù del coraggio, paziente e discreto.

Auguri per la vostra attività.