Opinioni  
28 Aprile 2020


Smettiamo di storpiare l'italiano con il lugubre "da remoto"


Ennio Amodio

Ci voleva anche la giustizia dell’emergenza sanitaria per rivitalizzare ed estendere l’uso di una locuzione che imbastardisce l’italiano in omaggio alla moda anglofona. Si continua a sentir parlare di partecipazione “da remoto” alle udienze, alle sommarie informazioni raccolte da pubblici ministeri, ai colloqui tra avvocati che discutono di processi utilizzando piattaforme come Teams e Zoom.

Questo modo espressivo viene talvolta persino esibito con una punta di compiacimento da chi vorrebbe sottolineare che, alla modernità della tecnologia cui si deve l’azzeramento della lontananza, si accompagna la freschezza dell’aria di Londra o di New York.

Si finisce così per non capire che quel “da remoto”, sventolato al posto di “da lontano” o “a distanza”, è una vera offesa al buon senso e al buon gusto insiti nel parlare la lingua di Dante e Beccaria.

La parola “remoto” ha una storia che svela una immaginazione di ritorno. Nasce sulle rive del Tevere, ma nei secoli approda alle sponde dell’Hudson e acquista con il termine “remote” un significato aggiuntivo che manca del tutto nel vocabolo gemello rimasto in patria.

È un fenomeno ben noto agli studiosi che lo definiscono sindrome dei falsi amici. Ad un certo punto le due strade semantiche si dividono e quando la parola emigrata torna nei luoghi di origine immette nel linguaggio corrente una nuova accezione che sgomita per prendere il posto di quella radicata nell’uso quotidiano.

Ne esce fuori un pasticcio che, nel caso del “da remoto”, assume proporzioni intollerabili, fino a sfiorare il ridicolo. Mentre il nostro aggettivo “remoto” è tutto rivolto al passato perché si riferisce alla distanza nel tempo, il “remote” dell’inglese può designare anche una attitudine a proiettarsi nel futuro mediante il superamento della distanza nello spazio, così da comandare azioni che si realizzano in luoghi diversi.

È dunque evidente il marcato divario tra i due campi semantici. Il “remoto” dell’uso neolatino, che prende luce dal verbo “rimuovere”, rinvia ad una situazione di intrinseca evanescenza in cui i contorni delle cose sono sfrangiati dal tempo. Il “remote” degli anglofoni, invece, può anche voler dire “a distanza” e fa affiorare la nota positiva della solidità, in quanto sa scavalcare la barriera della lontananza nello spazio.

C’è poi un ulteriore aspetto ancor più curioso. Il vocabolo inglese di per sé esprime la capacità di annullare la distanza e non ha bisogno del “from per indicare che qualcuno riesce a fare, da un luogo, cose che si realizzano in un altro luogo. Così l’incanto italofono che antepone all’aggettivo “remoto” la particella “da” combina un ulteriore pasticcio incollando il significato inglese alla parola neolatina e utilizzando invece il prefisso neolatino “da” incompatibile con il valore semantico del termine inglese.

Doppio errore, dunque, nello sgangherato “da remoto”. Si attribuisce impropriamente alla parola italiana un significato ratione loci che non esiste nella nostra lingua. Si fa poi convivere l’aggettivo all’inglese con una preposizione all’italiana.

Mi rendo conto di un possibile rilievo. Perché scaldarsi tanto per un modo espressivo che sarà una storpiatura, ma riesce pur sempre a far capire che qualcuno sarà presente, rimanendo lontano? Mi sentirei di rispondere rivendicando il dovere di parlar pianamente, in modo semplice e chiaro per rimuovere ogni ambiguità. A ben vedere, quando un collega ci annuncia che parteciperà “da remoto”, è come se spiegasse che cercherà di far arrivare la sua voce e la sua immagine da un passato che riecheggia l’oltretomba. E certamente questo accenno all’aldilà non è propriamente il massimo del conforto in questi tempi in cui si pratica la dolorosa contabilità degli assenti travolti dal diffondersi del contagio.