Recensione  
22 Aprile 2022


M. Ceresa-Gastaldo, S. Lonati (a cura di), Profili di procedura penale europea, Giuffrè, Milano, 2021


Giulio Enea Vigevani

Chi acquista libri in eccesso cerca di limitarsi dandosi un metodo. Il mio, piuttosto banale, è la lettura dell’indice. Analizzarlo con una certa minuzia, quindi, è diventata non solo un’abitudine ma anche un’arma di difesa contro la proliferazione incontrollata. Così ho fatto quando mi è capitato per le mani il manuale curato da Massimo Ceresa Gastaldo e Simone Lonati, Profili di procedura penale europea. Anche se, lo dico subito, è bastato uno sguardo alla sistematica per convincermi del fatto che mi sarei trattenuto dall’acquisto la prossima volta.

Autori e titolo mi avevano subito attratto: i due studiosi sono tra i più brillanti che mi è capitato di leggere in una materia, la procedura penale, che forse per l’attenzione che tradizionalmente dedica ai diritti della persona, ho sempre frequentato come lettore saltuario ma appassionato.

Simone Lonati, poi, a cui si deve non solo la curatela, ma anche buona parte della scrittura del libro, ha spesso dato alla propria produzione scientifica un respiro sovranazionale, che ha non di rado suscitato l’attenzione anche di studiosi di materie affini, in particolare i costituzionalisti.

Il suo primo volume, ormai datato 2009, aveva fatto un certo rumore, non solo per il titolo lunghissimo – Il diritto dell'accusato a «interrogare o fare interrogare» le fonti di prova a carico (Studio sul contraddittorio nella Convenzione europea dei diritti dell'uomo. e nel sistema processuale penale italiano) – ma soprattutto per l’apertura a una prospettiva internazionale e per avere, forse non a caso, meritato la prefazione di un “grande vecchio” del diritto italiano, Giuliano Vassalli. Una preziosa anomalia in una collana che, solitamente, non prevede simili riconoscimenti.

Dicevo del titolo, la sua formulazione richiama i Profili di procedura penale, che fu lo storico manuale di Giovanni Conso e Vittorio Grevi, a cui il lavoro è dedicato, con il sobrio commento “a cui tutti dobbiamo molto”. E in quei “tutti” ci sono non solo i curatori, ma più generazioni di studiosi.

Come anticipato, ho letto anzitutto l’indice – attività non originalissima, d’accordo – e la mia attenzione si è focalizzata sulla prima parola: integrazione, come vedremo potrebbe davvero essere questa una buona chiave di lettura di un volume che percorre quel patrimonio comune di valori di cui la tradizione giuridica europea si è fatta interprete, a garanzia del diritto a essere giudicati in modo equo.

Il libro ha una struttura a prima vista molto classica. Si parte, come si conviene a un manuale, con il sistema delle fonti, a proposito del quale, in un capitolo breve ma intenso, si fa chiarezza sull’origine delle diverse disposizioni sovranazionali, sul loro valore e sul risultato del loro intrecciarsi nel costituire la trama dell’ordinamento. Fin dal primo paragrafo si chiarisce quali sono le due direttrici percorse dalla materia: la cooperazione giudiziaria e l’armonizzazione delle legislazioni nazionali. Si distingue poi, opportunamente, fra legislazione internazionale ed europea, di cui si tratteggiano le tre Carte fondamentali: Convenzione europea dei diritti dell’uomo, Trattato di Lisbona, Carta dei diritti fondamentali dell’UE.

Poiché però i diritti non vivono nelle “Carte”, il secondo capitolo delinea il sistema europeo di protezione giurisdizionale dei diritti fondamentali. E qui, ancora una volta, secondo una saggia categorizzazione, i curatori distinguono gli strumenti approntati dal Consiglio d’Europa da quelli dell’Unione europea, non dimenticando di calare gli uni e gli altri all’interno dell’ambiente nazionale.

Questo è uno dei “passaggi” più meritevoli del manuale, dove lo studente, ma anche il giurista non specializzato, trova squadernata con parole semplici ma non banali grammatica e sintassi del pensiero e del linguaggio delle Corti sovranazionali. Con il peso che simili fonti hanno e sempre di più avranno, se la tendenza in futuro andrà consolidandosi, si tratta di una opera di traduzione estremamente meritoria, che migliora la corretta comprensione di decisioni e indirizzi, altrimenti facilmente equivocabili, come non di rado vediamo accadere sui media. Anche qui basti citare i paragrafi nei quali si precisa cosa deve intendersi per sentenze-pilota, quali caratteristiche e quali effetti esse abbiano e quanto le une e gli altri siano diversi rispetto a quelli delle sentenze ordinarie.

Dopo i primi due capitoli, con i successivi si entra nel merito, che si traduce nella trattazione del diritto a un processo equo, del diritto alla libertà e alla sicurezza, della pena e del divieto di tortura, del principio nulla poena sine lege, delle misure di prevenzione personali e della libertà di movimento, delle garanzie procedurali in caso di espulsione e della tutela della vittima.

Qui, con il contributo di altri giovani studiosi, Giulia Angiolini, Gaia Caneschi e Alessandro Nascimbeni, sono delineati i punti di maggiore frizione fra l’ordinamento sovranazionale e quello interno. Il punto di vista scelto nel proporre la materia è senza dubbio innovativo: si racconta la storia di un problema e della sua soluzione, ovvero dei momenti in cui la penetrazione della regola sovranazionale nel tessuto domestico è stata più travagliata e della strada che si è  – o che dovrebbe compiersi – per agevolare una simile osmosi.

Le sezioni in cui è stato diviso il capitolo sul diritto ad un processo equo, quello più lungo e più ricco di profili problematici, fornisce già una chiara panoramica delle questioni “sul tappeto”: da una illustrazione dei diversi modelli processuali conosciuti e sul loro rapporto con i caratteri del fair trial alle caratteristiche topiche della giurisdizione penale, dal divieto di bis in idem alla presunzione di innocenza, dai diritti attribuiti all’accusato al principio del contraddittorio, fino al diritto a un doppio grado di giudizio e alla rinnovazione della prova in appello. Ne emerge, così, un quadro complessivo di diritti e garanzie idonei a fondare un diritto processuale penale europeo che appare affrancarsi dalla matrice maggiormente repressiva che spesso connota gli ordinamenti nazionali; un diritto processuale penale, inoltre, capace di porsi quale argine alla diffusa e ricorrente tentazione di comprimere le garanzie processuali della persona accusata di un reato, in nome di esigenze efficientistiche e securitarie, spesso ispirate al populismo giudiziario.

Particolare attenzione è, inoltre, riservata al tema della restrizione della libertà personale. L’analisi tocca, innanzitutto, la garanzia posta dall’art. 5 CEDU: vengono, pertanto, individuate le condizioni per una legittima restrizione della libertà personale e evidenziati i diritti fondamentali da riconoscere al soggetto che ne è privato. Da qui, lungo le coordinate dettate dall’art. 3 CEDU, l’attenzione si sposta sui profili attinenti alle modalità di esecuzione della pena detentiva che devono comunque garantire la dignità della persona: attraverso l’analisi delle condanne della Corte di Strasburgo nei confronti dell’Italia, viene così definito l’ambito di applicazione del divieto di pene e trattamenti disumani e degradanti, nonché del divieto di tortura. Non manca, infine, un richiamo al cruciale e attuale tema dell’ergastolo ostativo; alla difficile coesistenza tra il “diritto alla speranza” e la pena perpetua.

Di nuovo troviamo, sistemati in bell’ordine, i punti di contatto, di scontro e di successiva sintesi tra discipline, nazionale e sovranazionale. Una sintesi in cui il vettore dell’influenza non va in una direzione sola: certo, la maggior parte delle volte è la normativa italiana che deve trovare il modo di introdurre nel proprio sistema regole che hanno a livello europeo una declinazione non del tutto sovrapponibile. E tuttavia non mancano casi in cui il sistema trova soluzioni inedite, adeguandosi con una propria tipica originalità alle sollecitazioni europee.

Insomma, giunti al termine della lettura di questo volume, ci si accorge che esso è un tentativo (riuscito) di portare a termine un’operazione culturale. Sotto l’aspetto di un manuale per studenti, è narrata la storia di come il nostro autarchico ordinamento, negli anni, si è sprovincializzato, adottando le linee più avanzate della riflessione giuridica europea, contribuendo altresì a formarle grazie alle soluzioni di volta in volta adottate.

Nell’analizzare le linee percorse, si intravedono quelle che saranno, di fronte alle sfide che la quotidianità non manca mai di portare nelle aule di tribunale, facendone l’avanguardia del diritto. Si tratta di una piccola rivoluzione copernicana nello studio del diritto: non si enumerano soltanto principi, da cui discendono regole di dettaglio e le loro interpretazioni; qui si prende atto che il procedimento che genera le disposizioni sempre più spesso ha come origine la fissione tra ordinamenti, da cui devono scaturire regole il più possibile condivise nella comunità (europea) di riferimento.

Nemmeno è anomalo che un cambiamento radicale nel modo di guardare alle regole condivise sia compiuto attraverso un manuale. È proprio tramite questi sussidiari per adulti che si può pensare di modificare il punto di vista di un’intera classe dirigente, almeno nell’ambito giuridico.

È, infatti – lo ricordiamo tutti, credo – anche dalla impostazione con cui vengono redatti i manuali che le generazioni di chi si formerà con essi trae ispirazione per tracciare le strade che batteranno i giuristi di domani, con il loro modo di pensare e di agire, quindi di decidere e di legiferare.

Ed è proprio ora che quella parola, integrazione, la prima dell’indice, dopo avere letto tutto il volume appare in tutta la sua ricchezza di significati.