Coordinamento scientifico: Claudia Pecorella, Elena Biaggioni, Luisa Bontempi, Elisabetta Canevini, Noemi Cardinale, Paola Di Nicola Travaglini, Massimiliano Dova, Francesca Garisto, Fabio Roia, Antonella Massaro
Con questo numero torniamo sul tema della vittimizzazione secondaria delle donne nelle aule di giustizia, presentando ai lettori il volume di Eleonora Volta, La parola e l’ascolto nel processo per violenza sessuale. Per una pragmatica dei miti dello stupro in dibattimento, pubblicato quest’anno dalla casa editrice Tab edizioni.
La parola all’Autrice…
Testimoniare nel processo per violenza sessuale
di Eleonora Volta
«One was the best kind of rape, as far as my credibility as a victim was concerned. The other was the worst. In one, I was 35, on a morning walk in France, when a stranger jumped me from behind, beat, raped, repeatedly choked me into unconsciousness, hit me with a rock, and left me for dead at the bottom of a ravine. I reported it, spoke out about it, and wrote a book about it. My account of what happened was believed, and my assailant, who would have been prosecuted even if I hadn’t pressed charges, was found guilty of rape and attempted murder. In the other, I was 20, asleep in my dorm room in England, when a man I knew knocked on my door. I let him in and he raped me. I didn’t tell anyone. Afterwards, I stopped going to classes and, when I didn’t get my period for two months, I thought I was pregnant and became suicidal. I never reported it, told no one about it until many years later, and, even then, didn’t call what happened “rape”. I didn’t talk about it publicly until three years ago and haven’t published anything about it until now»[1].
Con queste parole, la filosofa Susan Brison testimonia due stupri. Il primo, di cui parla anche nel saggio Aftermath[2] dodici anni prima, è una violenza sessuale con tentato omicidio perpetrata da un estraneo in uno spazio pubblico. Il secondo vede come autore un conoscente e avviene in un luogo familiare, apparentemente sicuro. Nel primo caso, Brison è sopravvissuta a un’aggressione che le è stata quasi fatale[3]. Ciò nonostante, la filosofa non esita a definirlo «il tipo migliore di stupro» per quanto riguarda la credibilità a lei riconosciuta «come vittima». Le ragioni sono principalmente due: vi erano evidenze fisiche della violenza e il fatto denunciato aderiva allo stereotipo dello stranger rape, il quale assorbe l’idea di stupro nell’immaginario collettivo nonostante chi stupra sia tipicamente il partner, l’ex partner, un parente, un amico[4]. Detto altrimenti, il fatto di essere stata aggredita sessualmente e quasi uccisa da una persona sconosciuta in un luogo pubblico ha reso quello stupro intellegibile, e il fatto che la testimonianza di Brison abbia trovato riscontro in altri elementi di prova ha reso il suo racconto credibile[5]. Diversamente stanno le cose per lo stupro subìto quindici anni prima. In quel caso Brison era una giovane studente, conosceva l’aggressore e l’aveva lasciato entrare nella sua stanza. Riteneva di non poter provare di essere stata stuprata e, soprattutto, non riconosceva l’aggressore come responsabile dello stupro. Al contrario, scrive Brison, «I didn’t blame him or think he was bad. I thought I was bad—so bad I didn’t even deserve to live»[6].
La testimonianza di Brison offre un esempio di come le narrazioni sociali su cosa sia ‘violenza’ e chi sia una ‘vera vittima’ possano impedire di riconoscere e nominare lo stupro. Con il tempo, Susan Brison è riuscita a definire «rape» anche l’episodio avvenuto quando era al college e ha scelto di parlarne, ma tipicamente questo non accade. Accade invece che chi subisce uno stupro non lo riconosca come tale o scelga di tenerlo sotto silenzio[7]. Queste testimonianze mancate sono dovute a molteplici ragioni di carattere psicologico, sociale, economico, culturale. In parte, sono dovute all’interiorizzazione di miti dello stupro che condizionano il modo in cui definiamo i confini corporei e relazionali in ambito sessuale, nonché i diritti e i doveri che ne derivano. Tra i miti più diffusi troviamo i seguenti: la violenza sessuale è un delitto passionale che le donne provocano con i propri comportamenti a rischio; la vera violenza sessuale implica violenza fisica e provoca lesioni nelle parti intime; una donna può sempre prevenire la violenza sessuale respingendo il suo aggressore; le vere vittime denunciano immediatamente. Ciascuna di queste affermazioni è falsa, eppure si tratta di credenze piuttosto diffuse[8]. Pur riconoscendone la natura fallace, chi ha subìto uno stupro sa che, se ne parlasse, potrebbe essere incolpata per aver fatto o non aver fatto qualcosa che avrebbe potuto impedirlo, o potrebbe non trovare ascolto. Oltre al rischio di victim blaming, si pone allora il problema della credibilità e, a monte, il tema del riconoscimento: al timore di non essere credute si accompagna il timore di non essere viste come persone aventi il diritto all’autodeterminazione sessuale.
Nel saggio La parola e l’ascolto nel processo per violenza sessuale indago la relazione fra politica della sessualità, credibilità e riconoscimento guardando agli effetti dei miti dello stupro sulla recezione delle parole delle donne che rendono testimonianza in aula di giustizia. Non mi limito, quindi, a osservare i miti dello stupro sotto un profilo pragmatico ed epistemico: ne metto in luce la dimensione politica nell’ottica di mostrare i nessi tra linguaggio, potere e conoscenza nel processo per violenza sessuale.
Nella prima parte del libro definisco i miti dello stupro come narrazioni distorsive che prendono a oggetto e controllano la libertà sessuale. In questa prospettiva, non si tratta di mere false credenze, correggibili con la giusta informazione, ma di discorsi che disciplinano i corpi secondo precise logiche di dominio e sottomissione – logiche che definisco misogine nel senso politico del termine[9]. L’effetto normativo di detti miti è spesso implicito e richiede di essere mostrato. Miti come “una donna può sempre prevenire la violenza”, ad esempio, non pongono manifestamente la sessualità femminile sotto il dominio maschile, ma prescrivono come una donna dovrebbe comportarsi per evitare di essere stuprata, vincolandone la libertà[10].
Una volta analizzata la politica dei miti dello stupro, ne indago l’epistemologia, interessandomi di come possano adulterare il campo del verosimile. A tal fine, prendo a esempio processi per stupro in cui vengono acquisite altre prove oltre a quella testimoniale, fra cui referti medici e filmati, e mostro come i miti dello stupro possano orientare la percezione del fatto fino a oscurare la prospettiva della persona offesa. Per esempio, offrendo una concezione stereotipata della reazione all’aggressione sessuale, essi possono condurre a ritenere inverosimile, e dunque poco o per nulla credibile, il racconto di una persona che dichiari di essersi sentita inerme durante la violenza – sebbene il freezing sia la reazione più comune[11].
Nella seconda parte del volume, metto a punto uno strumentario teorico che trova poi applicazione nella parte terza, in cui offro un’analisi pragmatico-epistemologica del linguaggio in sede di esame dibattimentale. Ad essere oggetto di indagine sono le trascrizioni di udienza e le pronunce di recenti procedimenti penali per maltrattamenti e violenza sessuale osservati presso il Tribunale di Milano. Dall’analisi degli esempi proposti emerge che i miti dello stupro possono alterare lo sfondo epistemico e comunicativo dell’esame diretto e del controesame, influendo sull’assunzione della testimonianza e sulla sua valutazione. Particolare attenzione viene posta sul linguaggio del giudice. Si è osservato come, quando è lo stesso giudice a aderire, pur inconsapevolmente, ai miti dello stupro, il suo potere di disciplinare la parola in dibattimento risulti compromesso. Domande nocive, inconferenti e potenzialmente dannose sul piano dell’accertamento della verità giudiziale non soltanto vengono ammesse se poste dall’avvocato difensore, ma vengono formulate dallo stesso Tribunale.
In conclusione, i risultati di questa ricerca mostrano come i miti dello stupro possano contribuire, attraverso il linguaggio, a riaffermare nelle aule di giustizia una logica misogina suscettibile di limitare la libertà di autodeterminazione sessuale delle donne. Dall’analisi empirica dei casi esaminati emerge che l’adesione, implicita o esplicita, ai miti dello stupro da parte del giudice di merito può produrre ingiustificati deficit di credibilità a danno della persona offesa e incidere sull’assunzione e sulla valutazione della sua testimonianza.
[1] S.J. Brison, Why I Spoke out about One Rape but Stayed Silent about Another, in «Time», 1° dicembre 2014, https://time.com/3612283/why-i-spoke-out-about-one-rape but-stayed-silent-about-another/.
[2] S.J. Brison, Aftermath: Violence and the Remaking of a Self, Princeton University Press, 2002; dell’opera è disponibile la traduzione italiana di M.C. Piccolo, Dopo la violenza. Lo stupro e la ricostruzione di sé, Il Margine, Trento, 2021.
[3] Ibid., p. 17.
[4] La giurista statunitense Susan Estrich mostra come lo stereotipo dello stranger rape – il quale si fonda su una mitologia razzista e classista, oltre che sessista – abbia contribuito a mantenere circoscritta ai casi di violenza sessuale aggravata perpetrata da un estraneo la nozione di stupro penalmente rilevante: cfr. S. Estrich, Real Rape, Harvard University Press, 1987.
[5] Come osserva Brison, a rendere la sua testimonianza credibile sono stati anche altri aspetti legati al contesto in cui è stata aggredita e alla sua identità sociale: cfr. S.J. Brison, op. ult. cit., p. 94.
[6] S.J. Brison, Why I Spoke out cit.
[7] Dallo studio EU gender-based violence survey condotto dall’Agenzia dei diritti fondamentali dell’Unione europea (FRA), dall’Istituto Europeo per l’Uguaglianza di Genere (EIGE) e da Eurostat nel 2024 emerge che nell’Unione Europea il 30,7% delle donne (una su tre) ha subito violenze fisiche, minacce e/o violenze sessuali nel corso della vita da parte di qualsiasi autore. Nello specifico, il 13,5% ha subito violenze fisiche o minacce (non sessuali) e il 17,2% ha subito violenze sessuali (inclusi stupri e altri atti sessuali non consensuali). Tra le donne che hanno vissuto tali violenze, il 20,5% ha contattato servizi sanitari o sociali a seguito dell’incidente e solo il 13,9% ha denunciato l’accaduto alla polizia. Guardando al contesto italiano, i primi risultati della terza indagine ISTAT sulla Sicurezza delle donne (2025), rivelano che a fronte di un aumento delle persone che considerano un reato quanto hanno subito e di quelle che ricercano aiuto presso i Centri antiviolenza e i servizi specializzati, non corrisponde ancora un aumento della propensione alla denuncia.
[8] Con riguardo al contesto italiano, i primi risultati dell’indagine Istat Stereotipi di genere e immagine sociale della violenza (2023) rivelano una differenza di genere nelle opinioni relative al consenso e alla responsabilità di chi subisce la violenza: il 39,3% degli uomini, contro il 29,7% delle donne, ritiene che una donna possa sottrarsi a un rapporto sessuale non desiderato; il 19,7% degli uomini attribuisce all’abbigliamento femminile una responsabilità nelle aggressioni, a fronte del 14,6% delle donne. Le opinioni risultano invece sostanzialmente convergenti rispetto alla responsabilizzazione della vittima quando l’episodio si verifica in stato di alterazione dovuto all’assunzione di sostanze (circa l’11%) o a seguito dell’accettazione di un invito al termine di una festa (circa il 10%).
[9] La filosofa Kate Manne definisce la misoginia come «il ramo di applicazione della legge di un ordine patriarcale, che ha la funzione generale di controllare e far rispettare le norme e le aspettative che lo governano»: così Kate Manne, Down Girl: The Logic of Misogyny, 2018, p. 78.
[10] Si noti che i miti dello stupro non hanno a oggetto solo le donne e le loro condotte, ma chiunque, testimoniando una violenza, minacci l’ordine fondato sul predominio maschile. Nel saggio, osservo che «i miti dello stupro, al pari degli stereotipi sessisti, si fondano su una concezione binaria dell’identità di genere che ammette unicamente l’esistenza di uomini e donne cisgender ed eterosessuali. Questo asse binario ha un effetto duplice: da un lato, oscura le categorie di genere che non aderiscono al paradigma dominante; dall’altro, quando le rende visibili, lo fa attraverso processi di stigmatizzazione e marginalizzazione. In questo senso, attraverso la lente dei miti dello stupro, una persona che non si riconosca nel binarismo di genere cadrà in un vacŭum. Una persona che non si identifichi nel genere assegnato alla nascita, invece, verrà esposta e misconosciuta per effetto di pregiudizi transfobici che la definiscono come «menzognera» (Bettcher 2007). Un uomo cisgender, infine, a meno che non venga percepito come deviante rispetto al ruolo maschile socialmente imposto, sarà considerato immune alla violenza sessuale, poiché da una prospettiva sessista i “veri” uomini non possono essere stuprati» (p. 51).
[11] Si veda de la Torre Laso J., The Reality of Tonic Immobility in Victims of Sexual Violence: “I was Paralyzed, I Couldn’t Move”, in Trauma, Violence, & Abuse, 2024, vol. 25, n. 2, pp. 1630-1637.