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  Opinioni  
23 Febbraio 2026


Gli USA, l'Italia e l'indipendenza dei giudici


Pubblichiamo di seguito il testo dell'articolo del prof. Mitja Gialuz pubblicato ieri, 22 febbraio 2026, sul quotidiano Il Piccolo.

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Nel 1788, in uno dei testi fondativi della democrazia americana – il Federalist n. 78Alexander Hamilton scriveva che «la libertà del popolo non sarà mai messa in pericolo fintanto che il potere giudiziario rimanga veramente distinto sia da quello legislativo che da quello esecutivo». In queste parole è racchiusa l’essenza del costituzionalismo moderno: la libertà vive nella separazione dei poteri ed è garantita da un giudice realmente indipendente.

La rule of law non è la semplice esistenza di norme. È il principio secondo cui anche chi governa è vincolato alla legge. E questo è possibile solo se esiste un’autorità giudiziaria capace di far valere il diritto anche nei confronti dell’esecutivo.

Negli ultimi mesi, di fronte ai continui strappi di Donald Trump, si è parlato di “morte del diritto”. D’altronde, in un’intervista di gennaio al New York Times, il presidente americano aveva affermato di non avere bisogno del diritto internazionale e che i suoi poteri sarebbero limitati solo dalla propria morale personale. Una concezione del potere sciolta da ogni vincolo esterno.

Eppure, venerdì scorso, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha riaffermato lo Stato di diritto. Per imporre dazi su scala globale, il presidente avrebbe dovuto ottenere l’autorizzazione del Congresso. Anche nell’America di Trump, il potere esecutivo non è assoluto.

Questo passaggio storico ci ha ricordato che l’indipendenza del giudice non è un ornamento, ma il meccanismo che consente al potere statale di limitare sé stesso.

In Italia, la magistratura – inquirente e giudicante – gode di un grado di indipendenza tra i più elevati nei sistemi occidentali. Non è un privilegio corporativo, ma il frutto di una scelta fondamentale compiuta dall’Assemblea Costituente. I costituenti vollero respingere l’impostazione di Dino Grandi, Guardasigilli del fascismo, secondo cui non era necessario che la giurisdizione costituisse un potere autonomo dello Stato, perché anch’essa doveva uniformarsi alle direttive generali del governo. In quella visione, il giudice non limita il potere: lo asseconda.
La Costituzione repubblicana ha fatto la scelta opposta, ponendo a presidio dell’autonomia ed indipendenza dei magistrati il Consiglio Superiore della Magistratura, vera “pietra angolare” dell’ordinamento giudiziario.

La riforma Nordio interviene su questo equilibrio. I sostenitori del Sì affermano che nulla cambia: l’indipendenza resta scritta nel nuovo articolo 104. Ed è vero che la riforma non la elimina formalmente.

Ma qui sta il punto: l’indipendenza non è un concetto binario. Non funziona come un interruttore “acceso o spento”. È un concetto graduabile. Può essere più o meno forte, a seconda delle garanzie che la sostengono.

Si può lasciare intatto il principio nelle parole e ridurne la portata nelle condizioni concrete.

La riforma Nordio disarticola il CSM, frantumandolo in tre, affida la scelta dei componenti dei tre organi al sorteggio, attribuisce il potere disciplinare nei confronti dei magistrati a una corte non più presieduta dal Capo dello Stato: ciascun intervento può apparire tecnico. Ma il loro effetto complessivo incide sulla misura dell’indipendenza.

E quando si riduce l’indipendenza del giudice, non si modifica soltanto un assetto ordinamentale. Si riduce la capacità del diritto di opporsi all’arbitrio del potere e si limita l’eguaglianza dei cittadini.

Hamilton lo aveva compreso nel 1788. La Corte Suprema americana lo ha ricordato al mondo nei giorni scorsi. La domanda che riguarda l’Italia, oggi, è semplice: in un contesto storico in cui la crescente tensione tra istanze politiche e legalità costituzionale attraversa molte democrazie, abbiamo davvero bisogno di abbassare il livello di indipendenza della nostra magistratura?

Io credo di no. Come ci ha insegnato Marta Cartabia nel suo ultimo volume (Custodi della democrazia, Milano, 2026), la qualità di una democrazia non si misura infatti nella forza di chi governa, ma nella capacità dei suoi custodi di far valere i limiti del potere.