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  Opinioni  
26 Novembre 2025


Cara Giuditta, ti racconto i vizi di questa Sicilia

40 anni fa a Palermo un'auto-scorta a seguito dei magistrati Borsellino e Guarnotta travolse un gruppo di liceali



N.d.r.: Il 25 novembre di 40 anni fa, in una Palermo militarizzata per la lotta a Cosa Nostra, alla vigilia del maxiprocesso, un’Alfetta al seguito dei magistrati Paolo Borsellino e Leonardo Guarnotta, che sfrecciava ad alta velocità in via Libertà, rimase coinvolta in un incidente e piombò su un gruppo di studenti del liceo classico Meli, che attendevano l’autobus alla fermata, per rientrare a casa per pranzo. I feriti furono 37, i morti 2: Biagio Siciliano, 14 anni, quarta ginnasio, e Giuditta Milella, 17 anni, della terza B. Come ha scritto su Repubblica-Palermo il 16 novembre scorso Fabrizio Lentini, “per Palermo e i suoi ragazzi che avevano già visto cadere, sotto i colpi di Cosa nostra, tante vittime eccellenti, da Piersanti Mattarella a Carlo Alberto Dalla Chiesa, da Boris Giuliano a Rocco Chinnici, quel lunedì fu uno spartiacque nelle coscienze: prima c'erano la mafia che uccideva e lo Stato che arrestava, da allora in poi fu chiaro che c'era una guerra. Che come tutte le guerre faceva anche vittime civili”.

Scrive ancora Lentini: “Subito dopo l'incidente, i ragazzi del Meli, con ancora negli occhi i compagni sanguinanti, si riunirono in un'assemblea dai toni infuocati. Qualcuno propose di marciare su Palazzo delle Aquile e ‘bruciare tutto’, qualcun altro di assaltare una caserma dei carabinieri o il palazzo di giustizia, per rappresaglia. I leader, tra i quali due futuri professori universitari, Pietro Perconti e Costantino Visconti, riuscirono a ragionare e a far ragionare tutti. Piano piano si fece strada la consapevolezza che Biagio e Giuditta erano vittime della mafia e non dello Stato. Vittime di un clima avvelenato da Cosa nostra, vittime delle eccezionali misure di sicurezza rese indispensabili dalla tracotanza dei boss. Dopo quell'assemblea, gli studenti del Meli diventarono l'avanguardia di un movimento che fruttò la ‘primavera di Palermo’, il tifo per i magistrati in prima linea, gli applausi ai poliziotti dopo l'arresto dei grandi latitanti. Restò il dolore atroce per due ragazzi che non volevano essere eroi”.

In occasione dell’anniversario del tragico evento, il quotidiano online Live Sicilia ha chiesto un ricordo al Prof. Costantino Visconti, all’epoca compagno di classe di Giuditta Milella e oggi professore ordinario di diritto penale e componente del Comitato editoriale della nostra Rivista. Il ricordo è tanto toccante e profondo, quanto denso di riflessioni sulla Sicilia di ieri e di oggi, che abbiamo chiesto al prof. Visconti di poterlo ripubblicare, qui di seguito. (Gian Luigi Gatta)

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Ciao Giuditta (Titta per i più intimi),

scusami se ti parlo così ma il nostro amico Roberto, il figlio del professore di italiano della sezione B del Liceo Meli, è tornato ancora una volta alla carica e mi ha chiesto di scrivere qualcosa nel ricordo di quel 25 novembre 1985 in cui tu, Biagio (e poi Pierluigi, anni dopo) siete rimasti uccisi, e altri 37 nostri compagni gravemente feriti in via Libertà, schiacciati da una macchina di scorta “impazzita” dei giudici Borsellino e Guarnotta.

Cadono i quarant’anni da quel momento in cui per centinaia di studenti la vita cambiò per sempre, e tu l’hai persa: come faccio a sottrarmi? E però, raccogliendo l’invito di Ravasi nel suo ultimo elzeviro domenicale, non ti parlerò del nostro passato comune perché “gli uccelli non si girano mai indietro quando volano via”.

Ecco, Giuditta, quei 950 tuoi compagni che frequentavano allora con te il Meli, che assistettero attoniti a quella strage (e al dopo), in un modo o nell’altro hanno ripreso il volo con alterne fortune. Alcuni hanno portato per sempre, nel corpo, il ricordo di quel giorno. Altri pure nella testa, come un dispositivo cognitivo utile a orientarsi nelle insidie della vita. Altri ancora sono rimasti con il cuore spezzato, per sempre, perché se un amore finisce il dolore a volte non si cicatrizza.

Ci siamo curati tutti, e ciascuno ha ripreso il suo volo. Ognuno di quegli studenti avrà una storia da raccontare, la sua. Credo, però, che tu, da lassù, non ci hai perso di vista, sicuramente a noi compagni di classe, della III B, anzi “ci hai scolpiti nella palmo della tua mano”, soprattutto Rita, Angelo e Giuseppe, che con te furono colpiti alla fermata.

Non ti parlo del passato, quindi: lo conosci meglio di me. Ti dico di oggi e di domani, se riesco in poche righe e mettendo da parte le mie fragilità. Ho tanti dubbi, sai? Credo che il sacrificio vostro e dei tantissimi altri che tra gli anni 70 e gli anni 90 sono stati immolati nella lotta contro la mafia, ha dato moltissimi frutti.

Adesso i “corleonesi” non comandano più, ci sono i loro eredi ma molto indeboliti, lo Stato è forte mentre prima coabitava con loro, le leggi ci sono e prima non c’erano e la vita dei mafiosi è un continuo fuggi-fuggi. Non possiamo ancora dire che ce ne siamo liberati, ma potrebbe essere iniziato un declino irreversibile verso un ridimensionamento definitivo, spetta a noi renderlo ineluttabile.

E qua è il punto. Noi. Prigionieri di noi stessi. Palermo è diventata bellissima, lo avrai visto, pur tra i mille malanni cronici che l’affliggono ancora. Rispetto alla nostra adolescenza è una meraviglia! Ti ricordi, ad esempio era impensabile per noi passeggiare nella zona della Cala, ora è un salotto con vista mare.

Tra gli artefici c’è un gran professionista non siciliano: scaduto il suo mandato all’autorità portuale, prontamente un uomo del nord lo ha rimpiazzato con una politica siciliana non del mestiere, chissà per quali alchimie politiche “scambistiche” tra Palermo e Catania, tra Raffadali e Bagheria, passando per Siracusa.

Ti ricordi? In quei giorni, dopo l’incidente, divampò una polemica sul fatto che un solo imprenditore, un privato, avesse nella sua struttura la TAC e occorreva mettersi in fila per ottenere l’esame, anche voi che stavate tra la vita e la morte.

E adesso? A parte aver reso ricchi e straricchi ben individuabili gruppi di individui, tribù, sodalizi e congreghe varie, a che punto siamo? Non c’è giorno in cui un amico, un conoscente non mi dice “sto andando al nord curarmi”, l’ultimo Roberto, 22 anni, che un esame particolare deve farlo a Milano perché qui a Palermo non lo fanno più e invece per quelli periodici che è costretto a sostenere deve pagare i privati convenzionati che “hanno terminato il budget”.

“Prof, ma che è questo budget terminato? Io devo controllarmi ogni tre mesi, se a settembre mi prenoto per febbraio com’è che questo budget è finito prima di iniziare?”. Io non so che dirgli. Però mi piacerebbe sapere cosa raccontano al telefono o anche di presenza gli operatori delle strutture convenzionate e quelle pubbliche quando spiegano ai pazienti che devono pagare la prestazione richiesta, non il ticket ma l’intero. Qualcuno ha il coraggio, l’onesta intellettuale e la competenza per dirlo?

Proprio in questo momento, avrai visto, siamo costretti a prendere atto che seppur non più soggiogati dal dominio dell’organizzazione mafiosa, noi non riusciamo a imboccare una strada di vera liberazione, perfino quando beviamo il calice amarissimo della pena, del carcere.

Non parlo di chi, ammalato di potere, esce dal carcere e ricomincia come prima, ma di chi attorno a lui non si rende conto o chiude un occhio e comunque ne approfitta e lo segue nella folla elettorale, nel baratro, nel ripristino del passato “che non passa”.

Anche loro, forse, sono “uccelli in volo che non si voltano “? Sì: ma branchi di corvi, uccelli del malaugurio mi verrebbe da dire, che osano banchettare e sghignazzare perfino il 19 luglio quando la gran parte dei palermitani ricorda il fumo che si levava da via D’Amelio. Quel banchetto è una metafora e una lente d’ingrandimento per il futuro: che vogliamo fare?

Dillo tu, se vuoi, a quelli che erano lì, a quelli che non gli ha detto “no Totò, proprio tu no: non è opportuno, proprio quel giorno”, e sono andati lì a festeggiare con tanto di selfie. Forse non lo sanno: ma a chi a sfregiato la memoria dei nostri eroi, di regola non è finita bene, ovunque fossero acquattati.

E allora, che vogliamo fare? Vogliamo proseguire il cammino di Paolo Borsellino, quel magistrato che cercò e trovò l’abbraccio materno di Francesca, di mamma tua, qualche tempo dopo l’incidente, quell’uomo che nei 57 giorni tra la strage di Capaci e di via D’Amelio, andò incontro a un destino che non era scritto ma voluto da chi aveva paura che rimanesse in vita?

Il magistrato che lasciò pochi spiccioli nel conto corrente ma un grandissimo sorriso alla sua famiglia e ai siciliani tutti, il sorriso di un papà che può dire “io ce l’ho messa tutta” per liberare il futuro dei figli di tutti? E noi? Possiamo dire di “avercela messa tutta”? Non so Giuditta, davvero. Se guardassi a quel banchetto, ti direi di no. Se, però, guardo gli occhi degli studenti che incontro in università, la loro fatica, le loro contraddizioni, ti direi: abbiamo fatto il possibile, quanto era alla nostra portata. Il resto dovranno farlo loro.

Scacciare i mercanti dal tempio, smontare i banchetti dei corvi, trovare un altro posto ai tanti camerieri che hanno servito e – insieme – mangiato in quel banchetto e che proprio in queste ore stanno seguendo l’antico adagio “calati iuncu cà china passa”. Loro, le nostre ragazze e i nostri ragazzi, se riusciranno a resistere, baciati dalla immeritata (da noi) bellezza della nostra terra, quel giunco finalmente lo spezzeranno. Se avranno voglia. Speriamo di sì. Ce la potrebbero fare, se noi non ci mettiamo di traverso.