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09 Giugno 2026


La strage di Capaci tra immagini e storia del contrasto dello Stato al crimine mafioso


Pubblichiamo di seguito, unitamente alle foto allegate, di particolare rilievo storico-documentale, il testo della relazione tenuta dal Dott. Luca Testaroli, Procuratore della Repubblica di Prato, al corso della Scuola Superiore della Magistratura dal titolo " Le misure di prevenzione: l’applicazione, la gestione dei beni e lo spazio europeo" tenutosi a Reggio Calabria lo scorso 4 giugno 2026.

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1. Per l’alto valore storico e simbolico del documento e della ricostruzione effettuata il 12 giugno 1995 - con l’esposizione introduttiva tenuta il 12 giugno 1995, innanzi alla Corte d’Assise di Caltanissetta, all’inizio del processo inerente alla strage c.d. di Capaci del 23 maggio 1992 - d’intesa con il responsabile scientifico del corso dottor Fabio Di Vizio e dell’esperto formatore dello stesso, il dottor Giovanni Verardi, illustro una selezione delle foto estratte da detta esposizione[1], corredate da didascalie esplicative.

Dopo essere stato delegato alla trattazione delle indagini e a sostenere l’accusa in giudizio dal Procuratore della Repubblica di Caltanissetta dell’epoca, le ho selezionate e predisposte a far data dall’inizio di maggio 1994, in vista dell’inizio del maxi-processo, nei confronti di Pietro Aglieri e altri 41 imputati appartenenti a Cosa nostra[2], accusati della strage del 23 maggio 1992 (trentasei sono stati condannati con sentenza passata in giudicato, quali esecutori materiali e mandanti intranei all’organizzazione, facenti parte delle Commissioni regionale e provinciale di Palermo).

Il compendio delle immagini fu inserito in un supporto multimediale, ove furono convogliate foto, porzioni di filmati e di intercettazioni: fu la prima esperienza di questo genere vissuta in un’aula di giustizia. Le stesse accompagnarono l’esposizione introduttiva (istituto previsto all’epoca e non più esistente) che abbiamo tenuto il 12 giugno 1995, innanzi alla Corte d’Assise di Caltanissetta, all’interno dell’aula bunker nissena.

La loro visione consente un viaggio a ritroso del tempo e di far rivivere la ferocia dei corleonesi di Salvatore Riina e di Bernardo Provenzano.

Le immagini che ci accingiamo a visionare costituiscono una testimonianza eloquente e consentono di rivivere quel che accadde il 23 maggio 1992, alle ore 17,56’ e 48”, a Isola delle Femmine. Il luogo dell’attentato rientra, infatti, nel territorio di detto comune e non di Capaci, sebbene il tratto autostradale sventrato dall’esplosione di 500 kg di esplosivo fosse a ridosso dell’uscita di Capaci.

 

2. Come potremo vedere scorrendo le 91 immagini selezionate, la raccolta rende conto delle fasi che hanno portato alla ricostruzione e all’accertamento dei fatti.

A partire dai rilievi obiettivi sui luoghi effettuati il 23 e il 24 maggio 1992 per cristallizzare il teatro della strage. Il tragico scenario di morte con il cratere, gli effetti dell’esplosione sulla Croma blindata bianca, con la parte anteriore divelta, sulla quale viaggiavano Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e l’autista Giuseppe Costanza, la vettura che seguiva il mezzo sul quale viaggiava il dottor Falcone, occupata dai tre agenti di scorta sopravvissuti (Paolo Capuzza, Gaspare Cervello e Angela Corbo), il tratto di terreno con il punto sul quale è stata proiettata, a una distanza di 62 metri dal cratere, i rottami della Croma di colore blu blindata colpita in pieno dall’esplosione, sulla quale viaggiavano gli agenti di scorta deceduti: Antonio Montinaro, Vito Di Cillo e Rocco Schifani, il tratto ove era collocata la conduttura per il deflusso dell’acqua piovana imbottita di esplosivo, posta sotto il manto stradale. E i veicoli ulteriori coinvolti degli automobilisti occasionalmente passati da quel tratto autostradale: Vincenzo Ferro, Eberhard Gabriel, Eva Gabriel, Pietra Ienna Spanò e Oronzo Mastrolio. Il luogo di posizionamento degli attentatori sulla collinetta che domina l’autostrada, da dove Giovanni Brusca, in compagnia di Antonino Gioè e di Giovanni Battaglia, aveva inviato il segnale con il telecomando che aveva azionato la carica esplosiva e le relative vie d’accesso. I segni di potatura degli alberi, con i rami recisi, che coprivano il campo visivo agli attentatori verso il tratto autostradale. Il luogo ove venivano trovati mozziconi di sigarette e i pacchetti vuoti di sigarette. Il rinvenimento di una torcia a pile, di un tubetto in alluminio contenente mastice, di guanti in lattice impiegati per le operazioni caricamento del condotto e di sistemazione dei detonatori. Il tracciato dell’Istituto Nazionale di Geofisica della stazione di Monte Cammarata (AG), che registrò il sisma prodotto dall’esplosione alle 17,56’ e 48”. Gli spostamenti di Giovanni Falcone a ridosso della strage. I locali posti nella disponibilità del dottor Falcone a Roma e a Palermo. L’effettuazione della simulazione dell’attentato, a Sassetta (Li), in località Podere ai Colli, con la costruzione di un tratto di autostrada, per individuare le modalità dell’attentato, il tipo di esplosivo impiegato e affinare la valutazione del quantitativo (stabilita in circa cinquecento chilogrammi) e l’attività di consulenza esplosivistica, che, dall’analisi dei reperti, aveva ritenuto che fosse stato impiegato tritolo puro, esplosivo al T4 e forse una miscela esplosiva per uso civile di tipo nitroglicerinato pulverulento (in ragione della rilevata presenza di nitrato d’ammonio). L’individuazione dei casolari nella disponibilità di Giovanni Battaglia e di Antonino Troia (capo della famiglia di Capaci), impiegati dal commando operativo quale luogo d’incontri e stazionamento, ove veniva portato il Tritolo e il Nitrato di Ammonio e riempiti i bidoni di esplosivo.

 

3. L’operazione denominata Grande Falco, con lo scopo di raccogliere utili informazioni per ricostruire quanto accaduto, attraverso l’individuazione di tutte le persone aventi disponibilità, a qualunque, titolo, di terreni e fabbricati sui luoghi adiacenti a quelle del teatro della strage, loro escussione previa apertura di un ombrello intercettivo.

L’individuazione dell’appartamento di Girolamo Guddo, ubicato a Palermo in via Margifaraci, n. 40, dove si svolsero un incontro deliberativo, riunioni operative tra Salvatore Riina e altri capi mandamento e dove gli assassini Salvatore Riina, Raffaele Ganci, Giovanni Brusca, Leoluca Bagarella e Salvatore Biondino brindarono con lo champagne al successo dell’attentato contro Falcone. L’individuazione - a seguito del prezioso spunto investigativo fornito da Giuseppe Marchese agli inizi della sua collaborazione, nel settembre 1992, per individuare i responsabili della strage (attenzionare Antonino Gioè, Gioacchino La Barbera e tale “mezzanasca”, poi identificato in Mario Santo Di Matteo) - dell’appartamento ubicato a Palermo nello stabile di via Ughetti, n. 17, nel quale Antonino Gioè e Gioacchino La Barbera vivevano in clandestinità. Il colloquio in dialetto stretto siciliano di Altofonte tra La Barbera e Antonino Gioè, all’interno di detto appartamento, nel quale, parlando di un’officina e per indicare un luogo, i due si assumevano la paternità della strage: “Ti ricordi u carruzzeri vicinu unni aspittai ddocu, ddocu a Capaci unni ci fici l’attentatuni, avia l’officina”.

I contatti telefonici mediante cellulari a ridosso dell’orario della strage intercorsi nell’area interessata dalla strage - con particolare riferimento all’utenza in uso a Gioacchino La Barbera - che portarono a scoprire la telefonata delle ore 17,49 della durata di 325 secondi – coincidente con l’orario della strage -  effettuata non appena Gioacchino La Barbera avvistò sull’autostrada il corteo di auto nel quale stava viaggiando la vittima designata, pochi minuti prima dell’esplosione, e la rete dei contatti intercorsi tra gli apparecchi in uso al citato La Barbera, a Mario Santo Di Matteo, a Giovan Battista Ferrante e a Pietro Rampulla.

 

4. Le ricerche dei profili di DNA sui reperti delle sigarette rinvenute a ridosso del punto di appostamento degli attentatori, che portarono a individuare una compatibilità tra i campioni biologici sui mozziconi di sigarette rinvenuti nella collinetta e quelli di Mario Santo Di Matteo e Gioacchino La Barbera al 91%. L’anomalo suicidio di Gioè nel carcere di Roma Rebibbia, avvenuto il 29 luglio 1993 all’indomani della strage in contemporanea nelle città di Roma e Milano, con il rinvenimento di una lettera testamento.

Le investigazioni sul traffico aereo, attraverso l’analisi - in coincidenza del volo I-Sobe sul quale viaggiava Giovanni Falcone - delle registrazioni delle tracce radar e delle conversazioni radio sui nastri delle basi aeree degli aeroporti di Trapani-Birgi e di Roma Ciampino negli orari prossimi a quello dell’esplosione e l’individuazione di tre sospette traiettorie di volo sulla zona interessata dall’eccidio.

Le prime confessioni di Mario Santo Di Matteo, di Salvatore Cancemi e di Gioacchino La Barbera, con la ricostruzione della fase deliberativa, organizzativa ed esecutiva dell’attentato, con l’indicazione dei soggetti coinvolti nella preparazione ed esecuzione della strage: Raffaele Ganci, Giovanni Brusca, Leoluca Bagarella, Giuseppe Agrigento, Salvatore Biondino, Salvatore Riina, Antonino Troia, Pietro Rampulla, Antonino Gioè[3].

Le attività preparatorie effettuate a contrada “Rebottone” nella casa di campagna di Di Matteo, la fornitura di una parte dell’esplosivo (nitrato di ammonio addizionato di cherosene per un quantitativo di 200 kg), portato in via Del Fante ad Altofonte all’abitazione di Di Matteo, le prove di velocità, con l’impiego della Lancia Delta integrale dello stesso Di Matteo, sull’autostrada l’8 maggio 1992 per testare i telecomandi portati da Pietro Rampulla, con l’impiego di lampadine flash, acquistate da Gioacchino La Barbera, collegate alla ricevente, il casolare nella disponibilità di Giovanni Battaglia e di Antonino Troia, come già detto, utilizzato per miscellare e travasare gli esplosivi nei bidoni, il caricamento del condotto sottopassante il tratto di autostrada.

Il luogo a Palermo ove Calogero Gangi sorvegliava l’abitazione a Palermo di Falcone per segnalare l’uscita dell’autovettura blindata verso l’aeroporto di Punta Raisi.

L’individuazione di alcuni riscontri obiettivi alle dichiarazioni fornite, quali l’individuazione del negozio gestito da Bernardo di Noto ad Altofonte, ove Gioacchino La Barbera acquistò le lampadine flash per le prove dell’attentato, l’individuazione del cantiere di piazza principe di Camporeale, ove Salvatore Biondino comunicava a Salvatore Cancemi la volontà di Riina di uccidere il dottor Falcone e il rinvenimento sul luogo della strage: di un elettrodomestico bianco fuori uso, utilizzato come riferimento per azionare il telecomando al passaggio della vettura che trasportava il dottor Falcone; dei resti di un materasso utilizzato per coprire il cunicolo una volta imbottito di esplosivo, nelle operazioni di sopralluogo nel dicembre 1992; di guanti di lattice da chirurgo nelle operazioni di carico dell’esplosivo nel condotto, di un tubetto di mastice utilizzato per fissare i detonatori, di una torcia.

 

5. Le confessioni di Di Matteo, Cancemi e La Barbera anticiparono quelle che raccolsi nell’estate del 1996 di Calogero Ganci, di Giovan Battista Ferrante, di Giovanni Brusca e di Antonino Galliano, avvenute durante la celebrazione del processo di primo grado, risolutive per provare le responsabilità degli imputati.

Si è provato che un commando stazionò all’aeroporto di Palermo per segnalare a Gioacchino La Barbera - che si trovava a Isola delle Femmine, all’altezza dell’uscita dell’autostrada di Capaci – l’informazione che la Croma in dotazione al magistrato era in movimento, dell’atterraggio del magistrato e la sua partenza dall’aeroporto verso Palermo, ove si trovavano Giovan Battista Ferrante, Salvatore Biondo (il corto) e Salvatore Biondino. Raffaele Ganci e Salvatore Cancemi svolsero una funzione di coordinamento nell’attività di controllo degli spostamenti a Palermo dell’auto di Falcone. I membri del commando operativo deputato a eseguire l’azione militare si mantennero in contatto durante la fase preparatoria ed esecutiva dell’imboscata, servendosi di telefoni cellulari. Il 23 maggio 1992 l’operazione si svolse nel seguente modo. Calogero Ganci chiamò dalla macelleria di Palermo, ove lavorava, il fratello Domenico e lo avvisò che aveva visto sfrecciare l’auto in uso a Falcone. Domenico Ganci mise in moto il meccanismo di comunicazione: allertò Giovan Battista Ferrante, appostato nella zona dell’aeroporto di Palermo e i membri del gruppo militare che stazionavano a Capaci contattando Gioacchino La Barbera e comunicandogli l’avvenuto imbocco, con direzione verso l’aeroporto, della vettura in dotazione a Falcone, guidata dall’autista Giuseppe Costanza. La Barbera, che si trovava in una via parallela all’autostrada, ricevette in presa diretta la notizia sia da Ferrante sia da Domenico Ganci. A quel punto comunicò la notizia a Giovanni Brusca che era appostato, in compagnia di Antonino Gioè e Giovanni Battaglia, sulla collinetta che consentiva di dominare il tratto di autostrada imbottito di esplosivo: l’artificiere Pietro Rampulla quel dì non era presente. Antonino Gioè e Antonino Troia si recarono al cunicolo per posizionare e attivare la ricevente. La Barbera seguì il corteo di auto che arrivava, rimanendo in contatto telefonico con Brusca, per 325 secondi, fino a pochi attimi prima dell’esplosione.

La strage fu deliberata dai massimi organi di vertice di Cosa nostra: la Commissione provinciale di Palermo e la Commissione regionale (per la prima volta è stata riconosciuta la responsabilità degli appartenenti a detto organismo per un delitto eccellente)

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6. I fatti di quel 23 maggio 1992 e delle stragi che seguirono cambiarono per sempre la storia del Paese, incisero profondamente sulle coscienze di generazioni magistrati di lì a venire, di molti esponenti delle istituzioni e della collettività. La strage terroristico eversiva del maggio del ’92 determinò e accelerò finanche la nomina del Presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, sull’onda emotiva dello sdegno, e rappresentò lo specchio capace di riflettere, davanti al mondo intero, la sconfitta del nostro Stato sino ad allora assente, distratto e incapace di difendere i suoi funzionari più impegnati nel contrasto al crimine mafioso. Ma fu, al contempo, l’inizio di un serio e duraturo contrato al suo proliferare.

 

 

 

 

 

[1] Le foto sono state estratte dal fascicolo n. 2111/1993 R.G.N.R. Noti pendente presso la Procura della Repubblica di Caltanissetta.

[2] Pietro Aglieri, Giuseppe Agrigento, Leoluca Bagarella, Giovanni Battaglia, Salvatore Biondino, Salvatore Biondo, Bernardo Brusca, Giovanni Brusca, Salvatore Buscemi, Giuseppe Calò, Salvatore Cancemi, Mario Santo Di Matteo, Giuseppe Farinella, Giovan Battista Ferrante, Giacomo Giuseppe Gambino, Calogero Gangi, Domenico Gangi, Raffaele Gangi, Antonino Geraci, Antonino Giuffré, Filippo Gracviano, Giuseppe Graviano, Carlo Greco, Gioacchino La Barbera, Michelangelo La Barbera, Giuseppe Lucchese, Francesco Madonia, Giuseppe Montalto, Salvatore Montalto, Matteo Motisi, Bernardo Provenzano, Pietro Rampulla, Salvatore Riina, Salvatore Sbeglia, Giusto Sciarabba, Benedetto Spera, Antonino Troia, Mariano Agate, Antonio Ferro, Giuseppe Madonia e Benedetto Santapaola.

Nei confronti di Antonino Galliano si è celebrato un separato giudizio in primo grado, riunito al troncone principale in appello.

Trentasei dei citati imputati sono stati condannati in via definitiva, a seguito di due sentenze della Corte di Cassazione del: 30-31 maggio 2002, V sezione, che ha stabilito il passaggio in giudicato di 24 condanne inflitte in secondo grado (sedici delle quali all’ergastolo) e l’annullamento con rinvio a nuovo giudizio per 12 imputati; 18 settembre 2008 della I sezione, che ha stabilito il passaggio in giudicato anche per ulteriori undici posizioni, in esito al nuovo giudizio, nel cui ambito sono stati escussi tre ulteriori collaboratori di Giustizia Antonino Giuffré, Ciro Vara e Calogero Pulci, definito dalle pronunce di condanna della Corte d’Assise d’Appello di Catania del 22 aprile 2006.

Gli imputati Bernardo Brusca, Giacomo Giuseppe Gambino e Giuseppe Ferro sono deceduti, rispettivamente, l’8 dicembre 2000, il 30 novembre 1996 e il 26 aprile 1996, durante la celebrazione dei processi. Antonino Gioè è deceduto il 29 luglio 1993 durante lo svolgimento delle indagini. Gli imputati Salvatore Sbeglia, Giusto Sciarabba e Giuseppe Lucchese sono stati assolti.

[3] Ai quali vanno aggiunti: Calogero Ganci, Domenico Ganci, Antonino Galliano e Salvatore, impegnati nell’attività preparatoria ed esecutiva.