ISSN 2704-8098
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  Recensione  
19 Dicembre 2025


La metrologia in tribunale

A. Ferrero – V. Scotti, Metrologia Forense, Esculapio, Bologna, 2023



1. Da anni, nel contesto del dibattito legato all’utilizzo delle scienze forensi in ambito giudiziario, si sente ripetere quanto sia importante l’approccio multidisciplinare, quanto sia irrinunciabile quella che – con espressione un po’ modaiola – viene definita contaminazione di saperi. Sui banchi delle librerie giuridiche, per i pochi che ancora acquistano in luoghi fisici, si trovano diversi libri i cui autori sono giuristi, biologi, tecnici delle varie materie forensi. Tuttavia, poche di queste pubblicazioni realizzano una vera e propria integrazione di conoscenze diverse piuttosto che la giustapposizione di contributi scarsamente dialoganti. Tra queste poche sicuramente dobbiamo annoverare Metrologia Forense di Alessandro Ferrero e Veronica Scotti, uscito prima in edizione inglese e poi in edizione italiana per i tipi di Esculapio[1]. Il vantaggio, in questo caso, è che ciascuno dei due autori ha competenze nel campo dell’altro e quindi è in grado di dialogare realmente con l’altro, dando vita ad un lavoro realmente scritto a quattro mani.

 

2. La prima parte del volume è dedicata a definire i confini e limiti della scienza forense alla luce del metodo scientifico. Questa è una tematica davvero centrale lungo il percorso di comprensione delle scienze forensi e che mette in luce un cambiamento in atto già da tempo. Come spiega un recente contributo a firma di alcuni dei più importanti studiosi del settore, il mondo delle scienze forensi sta evolvendo da un approccio orientato al principio “trust the examiner” a uno focalizzato sul “trust the scientific method”[2]. Questo spostamento di significato dovrebbe condurre ad abbandonare argomenti che, purtroppo, si sentono ancora nelle aule dei tribunali, quali l’autorevolezza, l’esperienza, il pedigree dell’esperto indicati a sostegno della affidabilità di un certo risultato. E dovrebbe portare a una maggiore attenzione verso il rispetto di protocolli standardizzati e verificati, la dimostrazione empirica della capacità di un certo laboratorio o esperto di produrre determinati dati, la presentazione di conclusioni con modalità metodologicamente adeguate[3]. Ma tutto questo necessita, naturalmente, di un atteggiamento differente e di una consapevolezza differente anche da parte degli attori giuridici. Il modello argomentativo di tipo “criteriologico”, adottato dalla nostra giurisprudenza a partire dalla sentenza Cozzini, ha rappresentato un’epoca storica figlia della sentenza Daubert e risalente ad almeno trenta anni fa. Questo modello non sembra più adeguato alla scienza forense di oggi la quale si è mossa in due direzioni ben specifiche: la moltiplicazione esponenziale delle capacità analitiche, con integrazione di altre materie quali statistica e informatica; la revisione dei presupposti teorici fondativi di numerose scienze forensi secondo quel percorso che era stato suggerito già nel 2009 dal Nas Report[4]. Discutere ancora oggi, nel contesto di decisioni giudiziarie, di filosofia della scienza, di falsificazionismo[5], di metateorie più o meno astratte rischia di essere un puro esercizio

intellettualistico senza sbocchi reali. Mentre i laboratori di genetica forense reclamano la capacità di produrre profili utili partendo da quantitativi minimi e solo pochi anni fa impensabili di materiale biologico (si parla, ad esempio, di touch Dna), l’impressione è che in corte si discuta ancora di Dna come prova regina o no. Il dibattito è del tutto legittimo, per carità, ma si perdono totalmente gli aspetti tecnici implicati da una tale potenza analitica, le questioni relative ai margini di errore, il significato inferenziale da attribuire a un’evidenza scientifica le cui implicazioni probatorie non sono più univoche come in passato. Bene, il libro di Ferrero e Scotti ha proprio il grande pregio di riportarci ai fondamenti della scienza: scientifico è quello che è ripetibile e riproducibile. E l’esperto deve dimostrare, prima di ogni altro discorso, che quello che propone è stato testato e verificato. Il libro spiega, in termini estremamente chiari, due concetti fondamentali contenuti nel noto Pcast Report – Forensic Science in Criminal Courts: Ensuring Scientific Validity of Feature-Comparison Methods[6], il rapporto informativo commissionato dall’ex Presidente Obama ad un gruppo di autorevoli scienziati e pubblicato nel 2016. Al lettore italiano, non sempre attento alle pubblicazioni in lingua inglese, vengono illustrare due definizioni chiave per la valutazione della prova scientifica: validità fondazionale e validità in campo. Perché un metodo forense sia valido dal punto di vista fondazionale occorre che si dimostri, sulla base di studi empirici, che il metodo sia – appunto – ripetibile, riproducibile e accurato a livello adeguato all’uso che se ne intenda fare. La verifica positiva di questi requisiti implica che, in linea di principio, quel modello dovrebbe essere ritenuto affidabile. Ma questo ancora non basta, ed ecco che entra in gioco la validità in campo. Se il metodo è valido in campo significa che è stato applicato correttamente al caso concreto. L’operatore forense deve dimostrare di avere le capacità di utilizzare il metodo in modo corretto e deve dimostrare di averlo fatto. Deve indicare quale è il suo tasso di errore, la sensibilità del suo metodo, il fatto che si sottoponga a verifiche periodiche, il fatto di essere accreditato. Per capire tutto questo non bisogna essere dei genetisti o dei neurobiologi o chissà che specialità avere, come invece si crede tra i giuristi. Bisogna solo documentarsi sulle fonti giuste, come il libro di cui si sta parlando, per imparare a fare delle domande giuste. Basterebbe chiedere all’esperto, che si presenta con i risultati dei suoi 2.15pg/ul di basi azotate, se ci sono studi di riferimento per la validazione del metodo utilizzato, se il laboratorio ha adottato delle procedure di validazione interna e quali siano i limiti di sensibilità ottenuti in quel modo, se ha seguito delle linee guida raccomandate dagli enti di riferimento internazionali, se ha ottenuto un accreditamento e quindi è stato sottoposto a verifiche organizzative e di dotazione strumentale da parte di enti terzi indipendenti. Così, magari, si scoprirebbe che l’esperto al quale è stato chiesto di usare il meglio disponibile, in realtà ha utilizzato macchine di venti anni prima, vanificando o complicando il risultato delle indagini genetiche. E ancora, si eviterebbe di nominare nuovamente quegli esperti che non hanno dimostrato di sapere soddisfare i requisiti di validità richiesti.

 

3. La seconda parte del libro entra nel dettaglio della metrologia e qui il messaggio che viene trasmesso è del tutto antitetico rispetto alle errate aspettative che spesso il sistema legale (e ancora più l’opinione pubblica) ripone nella scienza: la scienza non è il campo delle certezze, ma della incertezza misurabile. L’idea diffusa, legata al tema della science fascination, è che la scienza sia in grado di fornire certezze, quelle certezze che alleggeriscono il compito di chi indaga o decide e che sembrano offrire una soluzione indiscutibile ai casi più complessi. La recente vicenda dell’omicidio di Chiara Poggi a Garlasco, riaperta dopo anni, ha fornito un chiaro esempio di questo modo di ragionare. La divulgazione al pubblico della perizia svolta dalla dottoressa Albani, del Gabinetto di Polizia Scientifica, ha scatenato una ridda di commenti tutti concentrati sul tema della certezza. “La relazione della genetista non offre certezze…”[7], “impossibile dire con certezza che il Dna...”[8], “nessuna certezza di identificazione…”[9], “il risultato dei calcoli non è certamente affidabile…”[10] e l’elenco potrebbe essere molto più lungo. La questione è che nessun dato scientifico è “certo”. Per citare Richard Feynman, richiamato proprio da Ferrero e Scotti, “è scientifico solo stabilire ciò che è più probabile e ciò che è meno probabile”[11]. L’unica vera differenza è tra quelle scienze forensi che hanno, alle spalle, dati di ricerca solidi e quindi possono esprimere valori statistici altrettanto robusti (come il Dna o, almeno negli Stati Uniti, le impronte digitali) e scienze forensi che non hanno neppure questo. Tutto ciò, ovviamente, complica la vita al giudice, al pubblico ministero, all’avvocato perché rimette a loro il compito di capire il significato di quella probabilità e valutare se possa essere ritenuta soddisfacente o meno rispetto alla decisione giudiziaria da adottare. La scienza è il regno del dubbio e dell’incertezza. Il libro di Ferrero e Scotti insegna a valutare, in modo scientifico, la dimensione dell’incertezza e ad esprimerla in modo corretto e comprensibile. Le origini della incertezza – si spiega – sono di diverso tipo. Esiste un’incertezza di “definizione” che è dipendente dai limiti intrinseci alla descrizione di ciò che deve essere misurato e alla sua interazione con l’ambiente. L’incertezza di definizione, sostanzialmente, definisce quella validità fondazionale del metodo scientifico adottato di cui si è parlato sopra. Vi è poi una incertezza “strumentale” che è dipendente dallo strumento di misura o dal sistema di misura impiegato. E qui è evidente la riferibilità al concetto di validità di campo. Il grado di certezza del risultato fornito dal metodo è condizionato alle capacità dell’operatore che lo applica. E deve essere chiaro che non esiste misura per la quale non sia necessario valutare l’errore strumentale. L’esperto che dovesse venire in tribunale a raccontare di una identificazione certa al 100% o che negasse la possibilità di un errore di laboratorio si porrebbe esattamente al di fuori della scienza.

Il compito che attende il giurista non è agevole, questo è innegabile, perché è un compito lontano dalla formazione specifica di chi si occupa di legge. Lavorare con le probabilità non è intuitivo e richiede educazione specifica, come insegnano i cognitivisti[12]. Ferrero e Scotti riescono ad illustrare definizioni metrologiche e trattazioni matematiche in modo chiaro e semplice, arricchendo il lavoro di esempi pratici tratti da noti casi relativi alla profilazione del Dna e alla misurazione del tasso di alcol nel sangue e nel respiro. Pubblicazioni come Metrologia Forense devono servire come forte richiamo al fatto che, per un uso consapevole della prova scientifica in corte, non v’è altra strada che quella dello studio. Mi piace citare quanto dice Marco Malvaldi, brillante giallista ma anche valido scienziato, in un recentissimo volume[13]: “anche se ci rifiutiamo di usare la statistica, la statistica esiste, e non solo: è usatissima. L’uso della statistica condiziona il modo in cui pensano molte persone nel mondo: ogni giorno, ogni minuto vengono prese milioni di decisioni su basi statistiche… Conoscere la statistica, per un giudice, non è una questione di competenza: è una questione di responsabilità”. Malvaldi parla di statistica, che è già indispensabile per comprendere il valore dell’incertezza. Ma quanto dice dovrebbe applicarsi alle basi stesse della conoscenza scientifica, compresa la metrologia.

 

 

 

[1] A. Ferrero – V. Scotti, Metrologia Forense, Esculapio, Bologna, 2023. Il volume ha dato la spinta al Prin 2022 “Toward a more reliable scientific evidence by means of forensic metrology. A novel approach against miscarriage of justice” della Università di Trento, Università dell’Insubria e Politecnico di Milano che ha dato luogo, nel 2025, alla pubblicazione del libro bianco “Metro4Evidence”.

[2] J. J. Koehler, J. L. Mnookin, M. J. Saks, The scientific reinvention of forensic science, PNAS, 2023, vol. 120, n. 41

[3] Senza complicare troppo questa breve recensione, si richiama ancora ENFSI Guideline for Evaluative Reporting in Forensic Science, in https://enfsi.eu/docfile/enfsi-guideline-for-evaluative-reporting-in-forensic-science/ che esplica il modello del rapporto di verosimiglianza (likelihood ratio o LR) come modalità comunicativa standard delle conclusioni dell’esperto.

[4] Strengthening Forensic Science in the United States: A Path Forward, https://www.ojp.gov/pdffiles1/nij/grants/228091.pdf

[5] G Boniolo – G. Gennari, Ahi Popper! Ripensando criticamente al suo mito tra i giuristi, in questa Rivista, 9 marzo 2022

[7] Il Dubbio, 5 dicembre 2025

[8] Open, 4 dicembre 2025

[9] Il Fatto Quotidiano, 4 dicembre 2025

[10] Il Giorno, 4 dicembre 2025

[11] Metrologia Forense, cit., 25

[12] Da ultimo L. Macchi, La psicoretorica. Dall’arte del dire alla forma del pensiero, 2024, Cortina, Milano

[13] M. Malvaldi, Se fossi stato al vostro posto, 2025, Cortina, Milano