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27 Gennaio 2026


Sistema penale e democrazia negli Stati Uniti (e altrove)

Testo della relazione svolta presso l'Università Statale di Milano il 21 ottobre 2025



Pubblichiamo di seguito, da noi tradotto in italiano, il testo della relazione svolta dal prof. David A. Sklansky presso l’Università Statale di Milano il 21 ottobre 2025 nell’ambito di una lezione del corso di diritto penale del prof. Gian Luigi Gatta. La versione originale in inglese può leggersi in allegato.

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1. Introduzione. – Ringrazio il Professor Gian Luigi Gatta e l’Università Statale di Milano per avermi invitato a parlare oggi, e grazie a voi per essere venuti. Oggi vi parlerò di giustizia penale e democrazia negli Stati Uniti d’America. Gran parte di quanto dirò è ripreso da un libro che ho pubblicato lo scorso gennaio: Criminal Justice in Divided America: Police, Punishment, and the Future of Our Democracy (Harvard University Press, 2025). Tuttavia, questa lezione si discosterà dal libro, sia nei contenuti sia nell’organizzazione, per due ragioni.

La prima ragione è che, come suggerisce il titolo del libro, esso è fortemente incentrato sugli Stati Uniti. Cercherò quindi di adattarlo a un pubblico italiano. Ragionerò con su come alcune delle argomentazioni sviluppate nel libro possano o meno adattarsi all’Italia. Inoltre, fornirò alcune informazioni di contesto sulle istituzioni americane della giustizia penale — polizia, pubblici ministeri, tribunali e carceri — utili per meglio inquadrare le mie argomentazioni.

La seconda ragione per cui questa lezione si discosterà in parte dal libro è che ho terminato di scriverlo la scorsa estate, alcuni mesi prima delle elezioni dello scorso novembre che hanno riportato Donald Trump alla Casa Bianca — un evento che, evidentemente, deve essere preso in considerazione in qualsiasi discussione sullo stato attuale della democrazia americana.

La seconda presidenza di Donald Trump ha generato nuove, acute e piuttosto drammatiche minacce alla democrazia americana, minacce che sembrano moltiplicarsi e assumere nuove forme con il passare dei giorni. In larga misura, tuttavia, la variante di populismo autoritario incarnata da Trump non è che una versione più estrema di un tipo di politica che è divenuto familiare in tutta Europa e, in effetti, nel mondo intero, in particolare in Italia. Molti aspetti del trumpismo sembrano presi in prestito da Berlusconi, e molto di ciò che non è mutuato da Berlusconi ricorda una versione più rozza e meno intellettuale di Mussolini.

Ritengo che l’ascesa del populismo autoritario abbia implicazioni rilevanti per il modo in cui dovremmo concepire il rapporto tra democrazia e giustizia penale, e non soltanto negli Stati Uniti. Questo è il tema che sviluppo nel libro, ed è la stesso che intendo affrontare oggi. È un tema che, a mio avviso, è divenuto ancora più urgente a seguito del ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca. Parte di ciò che intendo dimostrarvi — e che sostengo nel libro — è che l’ascesa del trumpismo negli Stati Uniti è in larga misura connessa ai fallimenti del sistema americano di giustizia penale.

Forse più di ogni altra cosa, il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca simboleggia ed esprime una rabbia profonda nei confronti delle istituzioni americane nella loro configurazione attuale.

I sondaggi registrano un pessimismo profondo e pervasivo nell’opinione pubblica americana, che attraversa le linee ideologiche. Solo un quarto degli americani ritiene che i giorni migliori del Paese siano davanti a sé, e solo uno su dieci pensa che il governo li rappresenti adeguatamente. Ciò vale in larga misura sia per i sostenitori di Trump sia per la metà del Paese che ha votato contro di lui.

Ed è difficile individuare un ambito di politica interna, diverso dalla giustizia penale, in cui la democrazia americana abbia fallito in modo così clamoroso negli ultimi decenni, o con conseguenze più gravi. Vi sono quindi solide ragioni per ritenere che i fallimenti del sistema penale e punitivo abbiano contribuito in modo significativo a spingere la politica americana verso il populismo, la polarizzazione e il pessimismo.

E se ciò è vero — come io credo che sia — allora la condizione attuale della politica negli Stati Uniti offre insegnamenti sulle politiche di giustizia penale che potrebbero aiutare altri Paesi, forse inclusa l’Italia, a rafforzare le proprie democrazie di fronte al populismo e alla polarizzazione.

Ecco, dunque, ciò che intendo fare nel resto del mio intervento. In primo luogo, voglio collocare quanto dirò all’interno della lunga tradizione di studi, soprattutto negli Stati Uniti, sul rapporto tra giustizia penale e democrazia. In secondo luogo, voglio spiegare perché ritengo che la giustizia penale sia in larga misura responsabile dell’attuale crisi della democrazia negli Stati Uniti. In terzo luogo, voglio valutare quali insegnamenti questa storia offra per riflettere sulla giustizia penale oggi — negli Stati Uniti, in Italia e nelle società democratiche di tutto il mondo.

 

2. Contesto. – Per cominciare, esiste negli Stati Uniti un dibattito accademico di lunga data sui legami tra democrazia e giustizia penale. Si tratta di un dibattito che risale alla fine degli anni Cinquanta e all’inizio degli anni Sessanta e che, per gran parte della sua storia, si è concentrato sulla questione se la democrazia sia positiva o negativa per la giustizia penale.

Questo dibattito appare oggi sempre più insoddisfacente per due ragioni. In primo luogo, è scollegato dalle realtà politiche contemporanee: ignora l’ascesa della polarizzazione e del populismo autoritario. In secondo luogo, il dibattito tradizionale tra gli studiosi americani muove da una particolare concezione della democrazia — la teoria della sovranità popolare — secondo cui la democrazia consisterebbe semplicemente nel dare “al popolo” ciò che vuole, dando attuazione alla volontà popolare.

Il problema di questa concezione è che “il popolo” non desidera mai nella sua totalità la stessa cosa. Nella società, gruppi diversi hanno aspirazioni e interessi differenti. E ciò è particolarmente vero in un’epoca come quella attuale, caratterizzata da un’estrema polarizzazione politica.

Ritengo dunque che oggi sia più che mai importante concepire la democrazia in un modo diverso, che enfatizzi il pluralismo. La democrazia deve essere intesa come un sistema che consente a persone con visioni politiche e aspirazioni profondamente diverse di comporre pacificamente i loro conflitti e di autogovernarsi collettivamente.

Se si concepisce la democrazia in questo modo, la questione più importante non è se la democrazia sia buona o cattiva per la giustizia penale. In realtà, tale domanda non ha più senso. La questione centrale, da una prospettiva pluralista, è quali forme di giustizia penale possano contribuire a rafforzare la democrazia. Ritengo che i fallimenti della giustizia penale abbiano contribuito a condurre la democrazia americana nella situazione attuale e che politiche migliori in questo ambito possano contribuire a farla uscire da tale crisi.

 

3. Come la giustizia penale ha contribuito a incrinare la democrazia americana. – Negli ultimi cinquant’anni circa, politiche penali inadeguate hanno minato la democrazia americana in tre modi: attraverso la politica del crimine, attraverso il veleno degli abusi di polizia e attraverso una spirale di paura. Affronterò ciascuno di questi aspetti separatamente, iniziando dalla politica del crimine (politics of crime).

Gran parte del successo della campagna presidenziale di Donald Trump nel 2024 è stata legata alla paura della criminalità violenta. Uno spot di Trump, trasmesso quasi 6.000 volte in soli sei giorni proprio in questo periodo, poche settimane prima delle elezioni, accusava la sua avversaria, l’allora vicepresidente Kamala Harris, di complicità nella morte di donne in tutto il Paese che sarebbero state «colpite a morte, violentate, strangolate, accoltellate, colpite da arma da fuoco e assassinate».

E il più ingente investimento pubblicitario repubblicano delle ultime settimane — uno spot trasmesso oltre 8.000 volte — affermava: «Dopo che una bambina è stata stuprata e sepolta viva… Kamala ha permesso a criminali sessuali condannati di vivere vicino a scuole e parchi… Kamala Harris ha sempre messo i criminali al primo posto, non rendete l’America la sua prossima vittima».

Questi spot sono esempi di ciò che è divenuta una parte del tutto familiare delle campagne presidenziali americane. Ma la criminalità non è sempre stata parte della politica nazionale negli Stati Uniti. Non era mai stata una componente significativa di alcuna elezione presidenziale fino alla metà degli anni Sessanta.

La vittoria elettorale di Trump a novembre del 2024 rappresenta il culmine di un lungo spostamento a destra della politica conservatrice americana, iniziato negli anni Sessanta e proseguito nei decenni successivi.

La politica criminale è stata spesso intrecciata con la politica della razza. Tuttavia, essa non è mai stata esclusivamente una questione razziale, come dimostra il progresso ottenuto da Trump lo scorso anno nel conquistare una quota significativa di elettori tra i latinos e gli afroamericani.

La paura del crimine, inoltre, non è strettamente correlata ai tassi di criminalità. Molti americani ritengono che oggi la criminalità sia più elevata che mai, e Trump ha ripetutamente avanzato tale affermazione — che è semplicemente falsa. Negli Stati Uniti la criminalità è in significativo calo dalla fine della pandemia. Una parte consistente della politica criminale è basata sull’allarmismo.

Ma non si tratta soltanto di allarmismo, così come non si tratta soltanto di strumentalizzazione razziale. La criminalità negli Stati Uniti è sistematicamente più elevata rispetto a quasi tutte le altre società con cui la maggior parte degli americani vorrebbe confrontarsi. Ancora oggi, il tasso annuo di omicidi negli Stati Uniti è di circa 5 ogni 100.000 abitanti. Si tratta di un valore circa cinque volte superiore a quello italiano, e vi è una disparità analoga rispetto ai tassi di omicidio nel resto d’Europa e nel Regno Unito. E per quanto la criminalità violenta sia oggi elevata negli Stati Uniti in una prospettiva globale, la situazione era molto peggiore alla fine degli anni Sessanta, negli anni Settanta e negli anni Ottanta.

Vi sono molte spiegazioni per gli elevati tassi di criminalità negli Stati Uniti, e per i tassi eccezionalmente alti registrati negli anni Sessanta, Settanta e Ottanta. Le istituzioni della giustizia penale non possono essere ritenute le uniche responsabili, ma possono certamente assumersi una parte significativa della responsabilità. Ciò vale in particolare per le forze di polizia. La convinzione dominante tra gli studiosi e persino tra molti dirigenti di polizia negli anni Sessanta e Settanta era che la polizia potesse fare ben poco per controllare il crimine.

Oggi, tuttavia, esistono solide evidenze del fatto che la polizia possa ridurre la criminalità, almeno quando è adeguatamente finanziata e gestita. Vi sono numerosi dati che dimostrano che il crimine può essere ridotto attraverso forme appropriate di attività di polizia — attività che si basano non solo su finanziamenti e organici adeguati, ma anche su un’ampia consultazione e sulla costruzione di rapporti di fiducia con una vasta parte della popolazione. Questo modello è sostanzialmente l’opposto del tipo di polizia che era divenuto standard negli Stati Uniti negli anni Sessanta e Settanta, e pertanto non fu irragionevole attribuire al sistema di giustizia penale una responsabilità per gli elevati livelli di criminalità.

 

3.1. Il veleno degli abusi di polizia. –  Una delle ragioni per cui i dipartimenti di polizia americani degli anni Sessanta e Settanta faticavano a rispondere in modo efficace e coerente alla criminalità — in particolare agli omicidi — era la diffusa sfiducia nei confronti della polizia nei quartieri poveri, soprattutto nei quartieri poveri abitati da minoranze razziali, e in particolare nei quartieri poveri afroamericani.

Questa sfiducia ha alimentato la politica del crimine in due modi: ha reso più difficile l’attività di polizia e ha contribuito a un’ondata epocale di rivolte nei ghetti urbani poveri e prevalentemente afroamericani presenti nelle città di tutto il Paese.

Queste rivolte, iniziate alla fine degli anni Sessanta e proseguite negli anni Settanta, hanno svolto un ruolo cruciale nello spostamento a destra del Partito Repubblicano e nella polarizzazione della politica americana. Le rivolte stesse affondavano le radici nei fallimenti del sistema giuridico americano, in particolare della polizia. Molteplici lamentele contribuirono a tali eventi, ma nessuna fu più rilevante delle denunce relative alla polizia e al modo in cui il sistema legale non riusciva a garantire la responsabilità degli agenti. Gli afroamericani denunciavano sia l’inerzia della polizia di fronte ai reati nei ghetti, sia la brutalità esercitata dagli agenti nei confronti dei residenti.

Il punto di innesco di ciascuna delle centinaia di rivolte urbane che sconvolsero gli Stati Uniti negli anni Sessanta e Settanta era quasi sempre un episodio di violenza poliziesca contro un giovane uomo nero, oppure il mancato esercizio dell’azione penale o la mancata condanna degli agenti coinvolti.

Queste dinamiche sono tuttora operative negli Stati Uniti e continuano ad alimentare polarizzazione e populismo. Il movimento per il “defunding the police”, emerso con forza cinque anni fa, nell’estate del 2020, è stato una risposta alla percezione che la polizia americana e il sistema legale statunitense continuino a non comportarsi come se “le vite dei neri contassero” (Black Lives Matter).

Per un breve periodo nel 2020, prima che Kamala Harris fosse indicata come candidata alla vicepresidenza da Joe Biden, Harris sostenne le richieste di “definanziare la polizia” (defund the police) — una presa di posizione che è stata poi utilizzata efficacemente contro di lei nella campagna presidenziale dello scorso anno.

 

3.2. La spirale della paura. –  È curioso notare che le politiche di “tolleranza zero” e di durezza nei confronti del crimine (tough-on-crime) furono oggetto di un consenso bipartisan forte e significativo negli anni Ottanta e nei primi anni Novanta negli Stati Uniti. In quel periodo, i Democratici gareggiavano con i Repubblicani nell’assumere la linea più severa possibile in materia di criminalità. Le pene eccezionalmente severe adottate in quegli anni — e la conseguente esplosione della popolazione carceraria negli Stati Uniti — non furono responsabili del drastico calo dei tassi di criminalità registrato negli anni Novanta: lo sappiamo perché lo stesso calo si verificò in Canada, senza cambiamenti analoghi nelle politiche penali o nei tassi di incarcerazione.

Tuttavia, quelle pene e le altre politiche repressive diffusero una paura pervasiva del crimine e l’idea che il compito del governo fosse tenere le “persone cattive” lontane dalle “persone perbene” — ciò che David Garland ha definito la “cultura del controllo” (culture of control) e Jonathan Simon ha chiamato “governare attraverso il crimine” (governing through crime).

La paura del crimine inculcata da questi cambiamenti nelle politiche penali ha modificato l’architettura delle abitazioni, delle scuole e degli spazi pubblici; ha favorito la diffusione della sicurezza privata; ha trasformato le carceri in depositi; ha mutato il dibattito sull’immigrazione, spostandolo dalle preoccupazioni sul consumo di risorse pubbliche a quelle sugli “stranieri criminali” (criminal aliens); e ha posto le basi per argomentazioni populiste secondo cui i “veri” americani sarebbero sotto attacco da parte di altri malevoli — e avrebbero bisogno di un uomo forte che li proteggesse.

 

4. Insegnamenti per la giustizia penale oggi. –  Ritengo che questa storia offra cinque insegnamenti su come le politiche sulla giustizia penale possano contribuire a proteggere la democrazia, invece di eroderla, e credo che tali insegnamenti si applichino non solo agli Stati Uniti, ma anche ad altri Paesi, inclusa l’Italia.

4.1. Il primo insegnamento è garantire la sicurezza delle persone (to keep people safe). Il secondo è trattare le persone in modo equo, con decenza e dignità. Il terzo è costruire coalizioni. Il quarto è insegnare competenze e abitudini della cittadinanza democratica. Il quinto è disperdere/decentralizzare il potere. Dirò qualche parola su ciascuno di questi punti.

Primo, garantire la sicurezza: l’apparato della giustizia penale non è finalizzato esclusivamente a far sentire le persone al sicuro, ma questo è probabilmente ciò che la maggior parte dei cittadini si aspetta prioritariamente. Quando polizia e pubblici ministeri falliscono in questa missione, la democrazia ne risente, soprattutto perché si alimentano forme divisive di populismo.

I reati gravi producono effetti che vanno oltre le vittime immediate e le loro famiglie. Lacerano il tessuto delle comunità e possono deformare la cultura politica di una società. Livelli elevati di criminalità grave ostacolano la creazione di comunità vitali e di fiducia reciproca; tendono a produrre quartieri e società caratterizzati dalla paura e dal disimpegno sociale.

A livello di quartiere, ciò impedisce quel tipo di negoziazione e compromesso su cui si fonda il pluralismo democratico. A livello sociale, erode la fiducia e la cooperazione tra gruppi diversi per razza, appartenenza culturale e classe sociale. Crea uno spazio per appelli politici fondati sulla paura intergruppo, su promesse di autorità e controllo, e sull’uso muscolare della violenza statale.

Pertanto, il primo imperativo per la giustizia penale in un’epoca di populismo e polarizzazione — il primo modo in cui essa può sostenere la democrazia — è contribuire concretamente a mantenere le persone al sicuro e dimostrare chiaramente che tale obiettivo è preso sul serio.

 

4.2. Il secondo imperativo è trattare le persone in modo equo, con decenza e dignità. Il pluralismo democratico dipende da un livello minimo di tolleranza e fiducia reciproca tra gruppi in competizione.

Affinché le persone si percepiscano come parte di una società più ampia e inclusiva, devono credere che il governo operi, almeno in parte e in una certa misura, anche per loro e per persone come loro. Nella vita di molti individui, in particolare di coloro che sono socialmente emarginati o economicamente svantaggiati, la forma principale attraverso cui il potere pubblico si manifesta è la polizia.

La polizia e il sistema giuridico penale del quale rappresenta una porta d’ingresso (entry point) incidono dunque in modo determinante, nel bene o nel male, sulla percezione di legittimità del governo e sul grado in cui le persone si sentono parte della società o, al contrario, alienate da essa.

Il modo in cui la polizia tratta le persone influisce profondamente su tali percezioni, così come il funzionamento delle carceri, soprattutto quando i tassi di incarcerazione sono elevati come negli Stati Uniti e quando la detenzione colpisce in modo sproporzionato specifici segmenti della popolazione — poveri e minoranze razziali. In particolare, in tali gruppi è frequente che le persone siano state incarcerate direttamente o conoscano qualcuno che lo è stato. Quando le carceri diventano luoghi di crudeltà e di punizioni inutilmente severe, trasmettono un messaggio sul valore delle persone e su come meritino di essere trattate. E questo messaggio non è rivolto solo ai detenuti e alle loro famiglie, ma all’intera collettività.

Le prospettive della democrazia dipendono quindi, in parte, dalla capacità dei corpi di polizia e dei sistemi penitenziari — insieme a pubblici ministeri e tribunali — di proteggere i gruppi svantaggiati e politicamente marginalizzati, non solo dal crimine, ma anche dalla violenza della polizia e da altre forme di trattamento ingiusto da parte dello stesso apparato penale. Quando il sistema di giustizia penale fallisce in questo compito, erode la fiducia, compromette la propria capacità di contrastare efficacemente il crimine e può innescare forme di protesta e disordine che, a loro volta, alimentano ulteriormente la politica del crimine.

 

4.3. Se il primo imperativo è garantire la sicurezza e il secondo è garantire equità, il terzo è costruire coalizioni. Le riforme della giustizia penale richiedono tempo per dimostrare la loro efficacia e difficilmente dispongono di tale tempo se non ottengono un ampio sostegno trasversale sul piano ideologico. La storia della riforma della polizia negli Stati Uniti è costellata di programmi promettenti abbandonati prematuramente quando cambiano gli equilibri politici e una nuova amministrazione entra in carica a livello locale, statale o federale.

In un contesto di forte polarizzazione, la riforma della giustizia penale è sostanzialmente impraticabile senza un sostegno bipartisan. Questo è uno dei motivi per cui le richieste di “defunding the police” erano destinate al fallimento, anche se fossero state pienamente giustificate sul piano delle politiche pubbliche — cosa che non ritengo. Ed è anche il motivo per cui le politiche dell’amministrazione Trump, orientate a una polizia più dura e sottratta ai meccanismi di controllo, sono destinate al fallimento, anche se avessero senso come politiche — cosa che non hanno.

Fortunatamente, le strategie di giustizia penale più ragionevoli sul piano delle politiche pubbliche tendono a essere anche quelle per cui è più facile costruire un consenso bipartisan. Ciò vale negli Stati Uniti e sospetto che valga anche in Europa. Negli Stati Uniti, ad esempio, esiste un forte sostegno bipartisan per rilanciare e rafforzare le politiche di “community policing” del XX secolo e dei primi anni del XXI — ossia approcci alla polizia che enfatizzano la consultazione e la cooperazione con un’ampia parte della cittadinanza. Esiste inoltre un sostegno bipartisan e trasversale per attenuare le leggi penali estremamente severe adottate negli anni Ottanta e Novanta, che hanno contribuito in modo significativo agli eccezionalmente elevati livelli di incarcerazione.

 

4.4. Oltre a garantire la sicurezza, trattare equamente le persone e costruire coalizioni, esiste un quarto imperativo per la giustizia penale in un’epoca di populismo e polarizzazione: fornire alle persone gli strumenti per l’autogoverno collettivo, sviluppando le competenze e le abitudini della cittadinanza su cui si fonda il pluralismo democratico. Il modo migliore per farlo varia da Paese a Paese, poiché le istituzioni disponibili sono diverse.

Negli Stati Uniti, ad esempio, uno strumento fondamentale per costruire competenze democratiche è la giuria. Se si volesse progettare un processo per sviluppare le capacità necessarie alla cittadinanza democratica, esso somiglierebbe molto a una giuria, che riunisce persone provenienti da contesti sociali diversi e le invita a ragionare insieme, sulla base delle prove, per giungere a fatti condivisi. Esistono infatti evidenze che la partecipazione alle giurie penali aumenti la fiducia nelle istituzioni e l’impegno nei processi democratici.

E potrebbe fare molto di più. Uno dei limiti del servizio di giuria negli Stati Uniti è che vi partecipano poche persone, perché pochi procedimenti penali giungono a dibattimento. Oltre il 90% dei casi penali si risolve attraverso patteggiamenti. Inoltre, per le modalità di selezione, le giurie non rappresentano adeguatamente la composizione della popolazione. A ciò si aggiunge che alle giurie non vengono fornite informazioni sufficienti per assumere pienamente la responsabilità delle decisioni. Nonostante tali limiti, il servizio di giuria svolge un ruolo importante nella diffusione delle competenze e delle abitudini della cittadinanza democratica, e vi sono buone ragioni per ritenere che una riforma e un ampliamento dei processi con giuria potrebbero ottenere un ampio sostegno bipartisan.

Le giurie non sono l’unico modo attraverso cui la giustizia penale può rafforzare la capacità democratica. Ho già menzionato la “community policing”, che negli anni Ottanta e Novanta era enormemente popolare negli Stati Uniti, al di là delle divisioni ideologiche e razziali, e che rimane tuttora apprezzata tra gli elettori moderati.

A ragione. La “community policing” è stata spesso solo uno slogan o uno strumento di marketing per le forze di polizia. Nella sua forma migliore, tuttavia, essa ha rappresentato un modo per coinvolgere una vasta gamma di cittadini nelle discussioni sulla sicurezza pubblica e per attribuire loro una responsabilità collettiva sulle modalità di polizia nei quartieri. Ha inoltre fornito un’occasione strutturata per affrontare questioni complesse di politica pubblica attraversando confini di razza, classe e ideologia.

La “community policing” è preziosa non solo perché consente a polizia e cittadini di collaborare per ridurre il crimine, aumentare la percezione di sicurezza e ridurre gli abusi, ma anche perché il processo stesso contribuisce a costruire capitale politico all’interno delle comunità.

 

4.5. Esiste infine un quinto e ultimo modo in cui la giustizia penale può sostenere la democrazia in un’epoca di populismo e polarizzazione: disperdendo il potere.

Il trumpismo, come altri movimenti populisti affermatisi nel mondo negli ultimi due decenni, si fonda in parte su promesse di misure drastiche per difendere il “vero” popolo da élite e outsider.

Il populismo misura la democrazia in base alla fedeltà alla volontà del vero popolo, e valuta equità e giustizia allo stesso modo. Una volta al potere, i populisti tendono a voler allineare tutte le componenti dello Stato a questa presunta volontà popolare, diventando ostili al professionalismo e ai funzionari pubblici. Ciò li porta verso ciò che gli scienziati politici definiscono “legalismo discriminatorio”: la strumentalizzazione dei processi legali come arma contro gli avversari politici.

Polizia, pubblici ministeri e carceri — l’apparato della giustizia penale — forniscono a tale legalismo discriminatorio le sue armi più pericolose. E una lezione degli ultimi cento anni è che è impossibile sottrarre in modo definitivo tali strumenti alla portata di regimi autoritari. Le dottrine giuridiche possono essere piegate, il professionalismo di giudici e pubblici ministeri può essere compromesso, e i controlli costituzionali possono essere infranti, inclusi quelli progettati per garantire il dissenso e il ruolo delle minoranze politiche nell’esercizio del potere.

Tuttavia, occorre tempo perché i regimi autoritari smantellino tali protezioni. Ciò significa che la separazione dei poteri, il professionalismo e le garanzie legali di equità e imparzialità possono fungere da freni all’autoritarismo, offrendo alla democrazia uno spazio di respiro e consentendo agli oppositori del regime di riorganizzarsi.

Le diverse democrazie dispongono di differenti modalità di distribuzione del potere. Gli Stati Uniti, ad esempio, ripartiscono la responsabilità della giustizia penale tra governo federale e Stati. Inoltre, tutte le democrazie moderne e pluralistiche si affidano in larga misura a burocrazie giuridiche professionali e non partigiane — non solo la magistratura, ma anche le strutture dei pubblici ministeri e della difesa pubblica — per frammentare il controllo sul sistema penale e proteggere dal legalismo discriminatorio. Tali burocrazie sono attualmente oggetto di attacchi mirati da parte dell’amministrazione Trump, e non è chiaro se sopravviveranno nei prossimi anni, almeno a livello federale.

Negli Stati Uniti, la maggior parte della giustizia penale è esercitata a livello statale e locale, il che rende i procuratori distrettuali locali più influenti dei pubblici ministeri federali. Un’altra peculiarità del sistema americano è che i procuratori e la maggior parte dei giudici sono eletti.

Le elezioni per questi incarichi erano un tempo poco competitive, ma oggi non è più così. Si osservano oscillazioni marcate del pendolo politico, soprattutto per i pubblici ministeri. Pubblici ministeri progressisti vengono sostituiti con pubblici ministeri conservatori, e il pendolo va dall’altra parte.

Tuttavia, l’aspetto più rilevante dei pubblici ministeri americani non è tanto il fatto che siano eletti, quanto l’enorme potere di cui dispongono, in larga parte privo di controlli: ampia discrezionalità nella scelta delle imputazioni, nella formulazione delle offerte di patteggiamento e una supervisione giudiziaria relativamente debole. I giudici si percepiscono come referee, non come factfinders.

Gli enormi poteri attribuiti ai pubblici ministeri, unitamente alla natura sempre più ideologizzata delle competizioni elettorali per tali incarichi, contribuiscono ad alimentare una narrazione secondo cui il diritto non sarebbe altro che un ulteriore terreno di scontro politico; secondo cui non esisterebbe una vera oggettività; secondo cui tutto si ridurrebbe, in ultima analisi, a una questione di chi detiene il potere. Si tratta di un insieme di idee profondamente corrosive del pluralismo democratico. Dovremmo invece auspicare che i pubblici ministeri dispongano di una minore discrezionalità e siano maggiormente vincolati dalla legge.

Su questo punto, oggi, sarebbe possibile costruire un consenso. Paradossalmente, infatti, questa potrebbe essere la migliore occasione che gli Stati Uniti abbiano avuto da anni per riformare il potere dei pubblici ministeri (prosecutorial power). La sinistra è da tempo critica nei confronti dei pubblici ministeri; ora anche la destra manifesta critiche sia verso i cosiddetti “procuratori progressisti”, sia verso le azioni penali intraprese contro Trump. Vi è dunque uno spazio per il consenso. Finora, tuttavia, l’amministrazione Trump non ha mostrato alcun interesse in questa direzione. Resta però un margine significativo di convergenza a livello statale e locale, dove opera concretamente la maggior parte del criminal justice system.

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Temo che tutto ciò che ho detto possa apparire al tempo stesso banale e scontato. Può sembrare ovvio che, nelle società democratiche, i sistemi di polizia, accusa e punizione debbano operare per garantire la sicurezza delle persone, rafforzare il loro impegno verso una politica pacifica, aiutarle a imparare a cooperare tra loro e offrire protezioni contro gli abusi autoritari. Inoltre, nessuno di questi compiti è esclusivamente, o anche solo principalmente, responsabilità del sistema penale.

Ritengo tuttavia essenziale cogliere i modi in cui la democrazia necessita non soltanto di limiti, ma anche di un sostegno attivo da parte del sistema di giustizia penale. Ed è altrettanto importante chiarire che ciò che la democrazia richiede al sistema penale non è la fedeltà a una mitica volontà popolare, bensì sicurezza, equità, politiche fondate sul consenso e processi che aiutino persone portatrici di visioni e aspirazioni confliggenti a imparare a governarsi pacificamente ed equamente. È una lezione che, a mio avviso, il resto del mondo può e dovrebbe trarre dalla recente storia degli Stati Uniti, e in particolare dal modo in cui i fallimenti della giustizia penale hanno contribuito all’ascesa del trumpismo e alle attuali minacce alla democrazia negli Stati Uniti.