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11 Novembre 2025


Stretta del DAP sui percorsi di rieducazione: la lettera dei familiari delle vittime di terrorismo e criminalità organizzata e il comunicato del Coordinamento dei magistrati di sorveglianza


Con la circolare n. 454011 dello scorso 21 ottobre, che può leggersi in allegato, il Direttore Generale dei detenuti e del trattamento presso il DAP (Ministero della Giustizia, Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria), ha stabilito che l’autorizzazione per gli eventi di carattere educativo, culturale e ricreativo da svolgersi presso gli istituti ricomprendenti circuiti di Alta Sicurezza, Collaboratori di Giustizia e 41 bis debba ora essere sempre richiesta alla Direzione Generale, anche quando gli eventi siano rivolti ai soli detenuti del circuito di media sicurezza presenti nel medesimo Istituto. 

Nella sostanza, come osservato in un comunicato del CONAMS (Coordinamento nazionale magistrati di sorveglianza), che pure può leggersi in allegato, questa circolare «imponendo un forte livello di centralizzazione, rischia di compromettere molti dei progetti faticosamente portati avanti da cooperative, associazioni, mondo dell’educazione e di tutto il Terzo settore [...] con un aggravio notevolissimo circa i tempi di definizione delle autorizzazioni e la conseguente inevitabile riduzione delle attività trattamentali, che dovrebbero invece rappresentare l’asse portante di una reclusione volta alla risocializzazione». 

La circolare è fonte di forti e fondate preoccupazioni da parte di chi si adopera per rendere vitali ed effettivi i percorsi di rieducazione e rielaborazione critica in carcere. Per sensibilizzare l'opinione pubblica sul tema, pubblichiamo di seguito il testo di una lettera densa di significato e di altissimo valore - riportata dalla stampa (Corriere della Sera e Famiglia Cristiana: qui e qui) - che è stata inviata al Ministro della Giustizia Carlo Nordio dai familiari delle vittime di terrorismo e criminalità organizzata. 

***

 

Gentile signor Ministro della Giustizia,

noi familiari di vittime delle azioni terroristiche, della lotta armata e della criminalità organizzata, da tempo impegnati in attività volte a realizzare il dettato Costituzionale di favorire la rieducazione dei detenuti,

• consci del fatto che il ripensamento del proprio passato criminale molto raramente è frutto di un’improvvisa “illuminazione”, essendo più spesso il risultato di una contaminazione culturale, emotiva e relazionale, che supera le barriere fisiche tra il mondo esterno ed interno alle carceri,

• consapevoli che anche la semplice partecipazione a incontri e confronti con il mondo esterno rappresenta per i detenuti coinvolti una iniziale rottura verso il passato, esponendoli ai rischi e pericoli di emarginazione ben noti a chi frequenta le carceri,

• convinti che il cambiamento di valori richieda costanti, faticosi, lunghi e dolorosi processi di revisione critica del proprio vissuto, di assunzione di responsabilità molteplici e di emancipazione emotiva e culturale dal passato,

• consapevoli che il riconoscimento reciproco dell’uomo detenuto e della vittima costituisce il presupposto di un fecondo rapporto di relazione trasformativa,

• essendo testimoni dei cambiamenti indotti da queste frequentazioni anche nella relazione dei detenuti con l’autorità rappresentata dal personale di custodia,

• avendo constatato di persona l’importanza e la ricchezza dei confronti tra detenuti e studenti nel processo rieducativo, poiché questi ultimi spesso rappresentano il volto dei loro figli,

• avendo altresì constatato il valore sociale, psicologico e morale di questi incontri, al fine di prevenire il bullismo e derive criminali negli adolescenti,

• convinti che un cambiamento, una emancipazione ed una nuova scelta di campo sia possibile anche per chi ha commesso delitti particolarmente gravi,

• avendo sperimentato personalmente come questi incontri aiutino anche noi vittime della violenza a vivere le ferite del passato in modo diverso,

• consapevoli che la sicurezza della società dipende dalla qualità della cittadinanza di chi esce dal carcere,

guardiamo con notevole perplessità e sofferenza personale alle norme restrittive recentemente introdotte nelle carceri italiane volte a irrigidire, limitare e contingentare queste feconde attività di relazione tra detenuti e cittadini, in particolare laddove queste vengono obbligatoriamente sottoposte ad una impersonale e spesso soffocante centralizzazione burocratica.

 

Giovanni Bachelet

Fiammetta Borsellino

Marisa Fiorani

Silvia Giralucci

Manlio Milani

Lucia Montanino

Maria Agnese Moro

Giovanni Ricci

Sabina Rossa

Paolo Setti Carraro