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  Opinioni  
29 Settembre 2025


Il valore profondo e attuale della mediazione nella riforma Cartabia: paradigma, deontologia, rischio delle malpratiche


Nella mia analisi, la Riforma Cartabia si configura non come un mero aggiornamento normativo, ma come un autentico spartiacque nel modo di intendere la giustizia in Italia. La mia ricerca evidenzia come questa riforma elevi la mediazione da semplice strumento deflattivo del contenzioso a un paradigma innovativo di giustizia consensuale, riparativa e umanistica. L'obiettivo primario, come magistralmente sottolineato dalla stessa Marta Cartabia, è la ricerca di una "giustizia al servizio della persona", che solleciti la responsabilità individuale e collettiva delle figure professionali coinvolte. Questa visione a me pare si radichi in una profonda prospettiva educativa e trasformativa, simboleggiata dalla metafora giapponese del kintsugi, l'arte di riparare con l'oro le crepe degli oggetti rotti, valorizzando le ferite come elementi di forza e unicità. A mio avviso, la mediazione diventa così il cuore pulsante di una giustizia rinnovata.

 

1. La profondità umanistica e relazionale della mediazione. – L'essenza di questa trasformazione, che io ritengo un radicale cambiamento di paradigma, è stata colta e approfondita da autorevoli studiosi, confermando la mia interpretazione del ruolo e del significato della mediazione. Paola Lucarelli[1], ad esempio, ha offerto una comprensione fondamentale del mutamento legislativo e culturale, affermando che «Comporre il conflitto e chiudere il processo non sono in rapporto bilaterale: perché se chiudi il processo forse non componi il conflitto, al contrario, se componi il conflitto certamente chiudi il processo».

La mediazione, dunque, non è solo uno spazio di tecnica giuridica: diviene luogo di rigenerazione della relazione, di ascolto empatico, di elaborazione collettiva del conflitto. Mi ha guidato sempre questa visione per questo ho sempre insistito sulla mediazione come scrittura di una “giustizia altra e alta”, attraversata da principi etici e umanistici che si radicano in un’antropologia della responsabilità e della vulnerabilità. Il mediatore, secondo me, non è tanto il custode di una procedura quanto il facilitatore di un processo di crescita umana, dialogica e civile. L’ho chiamato modello operativo umanistico-filosofico.

Questa transizione implica il passaggio dalla funzione retributiva del diritto a una funzione riparativa e consensuale, in cui il conflitto perde la sua valenza esclusivamente negativa per divenire occasione di maturazione, cambiamento e riconciliazione, sia individuale sia collettiva. In questo senso, la prospettiva della mediazione si arricchisce di una dimensione pedagogica essenziale: il cittadino, l’avvocato, il giudice e soprattutto il mediatore sono chiamati ad acquisire e diffondere una cultura della responsabilità condivisa.

Gian Luigi Gatta[2] rafforza ulteriormente questa prospettiva, definendo la mediazione come uno strumento di pacificazione sociale e di ricostruzione del tessuto relazionale. Egli la descrive come uno «spazio protetto in cui le persone possono riappropriarsi della parola e della relazione», evidenziando che la mediazione miri a riattivare il dialogo e la responsabilità, rendendo le parti protagoniste del processo. Tale prospettiva rinnova il ruolo del diritto nella società, non più visto soltanto come insieme di regole astratte, ma come strumento capace di incidere sulle relazioni effettive tra i cittadini.

Anche Adolfo Ceretti sottolinea come la mediazione debba promuovere la riconciliazione tra autore e vittima, abbandonando un modello punitivo per abbracciarne uno riparativo. La sua enfasi sulla necessità di strumenti di valutazione e controllo delle competenze e delle prassi è particolarmente rilevante per la mia tesi sulla prevenzione delle malpratiche, di cui più avanti diremo, seppur brevemente.

 

2. Fiducia e Riparazione: Pilastri Fondamentali del Nuovo Statuto Epistemologico. – Un concetto centrale in questo nuovo statuto epistemologico della mediazione è la fiducia. Tommaso Greco[3] afferma che la giustizia riparativa non intende sovrapporsi al processo o sostituire una sentenza, ma si interessa a ciò che nel processo non entra: le ferite, i vuoti, le mancanze. È un diritto che guarda oltre sé stesso, oltre i confini delle norme, e che si ricorda delle persone in carne e ossa, delle loro vite e delle loro storie. La mediazione, per Greco, si fonda su una "grammatica della fiducia" che si gioca nella relazione tra professionisti, cittadini e istituzioni. Tale grammatica prevede azioni, linguaggi e pratiche capaci di dare spazio alle narrazioni soggettive, di sostenere la responsabilità relazionale e di favorire la rigenerazione dei legami erosi dal conflitto. Greco considera la fiducia reciproca il vero fondamento di ogni ordinamento giuridico, il "carburante" che permette alle norme di produrre effetti concreti nella vita collettiva. Egli insiste sulla dimensione "orizzontale" della fiducia, quella che attraversa e collega i cittadini tra loro, ben oltre l'autorità verticale degli apparati di potere.

In parallelo, Paolo Bettineschi[4] sviluppa un concetto etico altrettanto centrale per la mia visione: l'"etica del riparare". Per Bettineschi, la riparazione non è una semplice compensazione materiale, ma un percorso che cura le ferite, ricostruisce la fiducia persa e ristabilisce la giustizia violata. Questa pratica integra il riconoscimento della responsabilità, la disponibilità al perdono e la speranza di una riconciliazione autentica. La pratica della riparazione, dunque, esige tempo, pazienza e il coraggio di riaprirsi a quella fiducia che una colpa o un danno avevano incrinato. Le riflessioni di Greco e Bettineschi convergono nell'idea che una società giusta non possa fare a meno di questi due pilastri: la fiducia come presupposto della vita giuridica e sociale, e la riparazione come via primaria per guarire le fratture e costruire futuro. A mio avviso, questi concetti sono la base per una mediazione efficace e significativa e del modello umanistico-filosofico che ho elaborato[5]. Inoltre, Martha Nussbaum, con il suo concetto di "empatia radicata", rafforza la mia convinzione che la mediazione, alimentandosi di questa capacità di comprensione profonda, sospensione del giudizio e condivisione delle vulnerabilità, sia essenziale per una giustizia autenticamente umana.

 

3. La deontologia e la formazione: argini alle malpratiche e garanzia di qualità. – Il successo dell’istituto giuridico della mediazione dipende strettamente, come ho sempre sostenuto, dalla qualità della sua pratica e dalla responsabilità deontologica dei professionisti. La pratica della mediazione, se svolta in modo distratto e superficiale, può trasformare una metodologia informale e di vicinanza in un luogo di perdita di garanzie, di manipolazioni e di soprusi. In tal caso un procedimento, nato per consentire un confronto libero tra i protagonisti delle vicende conflittuali, può divenire una prassi di seconda categoria e le malpratiche di taluni organismi, di fatto inficiamo il procedimento di mediazione e di conseguenza l’accreditamento dell’Istituto.

Per questo dedico da molto tempo notevole attenzione ai rischi insiti nella banalizzazione, nella burocratizzazione e nella "ragionierizzazione" della mediazione. Le malpratiche, come ho avuto modo di individuare e sintetizzare in altri miei scritti[6], includono superficialità tecnica, logiche di produttività quantitativa e una formazione inadeguata che si limita all'apprendimento di formule preconfezionate o mere procedure standard. Prevenire questi rischi è, a mio parere, responsabilità imprescindibile di ogni professionista del settore.

Per contrastare questi pericoli, insisto sulla necessità di una formazione profonda, continua e multidisciplinare, e di una sorveglianza rigorosa delle prassi, favorita da organismi e responsabili dotati di autonomia e autorevolezza reale. Propongo un'articolazione della vigilanza, verifica e valutazione che includa:

  • Valutazioni diagnostiche delle competenze in ingresso nel percorso formativo.
  • Verifiche in itinere e valutazioni finali collegiali, fondate su parametri di qualità, livello di autodeterminazione e cambiamento personale e relazionale raggiunti dal mediatore.
  • Sistemi strutturati di feedback e supervisione tra pari e con soggetti terzi indipendenti.
  • Monitoraggio periodico dei casi problematici, con produzione di report documentati e discussi pubblicamente all’interno della comunità professionale.

La formazione avanzata per mediatori non può, secondo la mia visione, limitarsi all'erogazione di nozioni e tecniche, ma deve esplorare la profondità delle motivazioni, degli assunti culturali ed etici, e della storia personale di ciascun allievo. Una vera scuola per mediatori, a mio avviso, assomiglia più a un laboratorio permanente di riflessione, pratica dialogica e supervisione, che non a un percorso lineare. In particolare, servono:

  • Corsi basati sulla dimensione esperienziale e su simulazioni di casi reali e complessi.
  • Momenti di riflessione metacognitiva in cui il futuro mediatore analizzi i propri limiti, stereotipi, reazioni istintive.
  • Supervisione costante, anche individualizzata, per i mediatori già abilitati, ispirandosi a una logica di formazione continua e manutenzione "emotiva" e relazionale.
  • Principi di base umanistico-filosofici.

Per garantire una svolta reale e durevole nell’attuale nostra società, occorre adottare un ventaglio di misure concrete:

•      Sviluppo di una cultura civica e scolastica della mediazione, con percorsi diffusi a livello primario, secondario, universitario e di aggiornamento professionale multidisciplinare.

•      Valutazioni periodiche della qualità delle prassi mediative, attraverso osservatori pubblici e report trasparenti.

•      Adozione di protocolli chiari di rendicontazione deontologica da parte degli organismi di mediazione, che documentino non solo le percentuali di accordo, ma anche la qualità, la durata e la profondità delle soluzioni raggiunte.

•      Incentivo a percorsi di co-mediazione, specie nei casi multiproblematici, per valorizzare l’interdisciplinarità e il controllo reciproco negli stili di conduzione.

•      Promozione di ricerche indipendenti sul grado di soddisfazione delle parti, volte tanto a individuare buone prassi quanto a identificare derive e criticità sistemiche.

•      Sviluppo di una deontologia dialogica, ispirata a un’etica dell’ascolto e della responsabilità, non solo alle regole formali.

Anche la formazione degli avvocati è cruciale, poiché il successo dei percorsi mediativi dipende dalla loro disponibilità ad assumere funzioni di accompagnamento non antagonistico e non meramente negoziale. Roberto Bartoli[7], vede la mediazione come uno "spazio autonomo e creativo innestato nella giustizia riparativa, libero dalla rigidità procedurale", capace di favorire terapia sociale e riconciliazione. Afferma come me che la professionalità del mediatore non può prescindere da standard etici rigorosi, dalla formazione continua e dalla riflessione critica sull'impatto delle proprie modalità operative. E conferma la mia posizione quando sottolinea l'importanza di un mediatore equilibrato e consapevole che promuova una riconciliazione autentica, e non una mera transazione.

Le malpratiche, frutto di scellerate improvvisazioni e di percorsi di formazione insufficienti o metodologicamente deboli, infatti, minano non solo la credibilità e l'efficacia dello strumento, ma anche la fiducia della collettività nella giustizia alternativa, svuotando la portata umanistica e sociale della riforma Cartabia.

 

4. Conclusioni. – In sintesi la riforma Cartabia non è solo un'innovazione normativa, ma un messaggio culturale profondo: la giustizia del futuro è (e deve essere) dialogo, crescita, fiducia e rispetto delle persone. La mediazione, in questa ottica, è l'espressione paradigmatica di una visione che coniuga efficienza e profondità umana, mirando a restaurare i fili lacerati della convivenza civile e promuovere una cittadinanza consapevole e responsabile. La sfida decisiva è di natura culturale e "pre-giuridica": solo un rinnovamento ampio della mentalità civile, della cultura professionale e delle istituzioni può consentire alla mediazione di esprimere la sua piena portata umanistica e sociale. Sono convinta che l'esercizio della mediazione, nella sua accezione più piena, promuova la crescita personale dei protagonisti: tanto le parti quanto i professionisti maturano nel confronto, nell’ascolto, nella gestione del conflitto interiore ed esterno. La riuscita delle riforme non può misurarsi unicamente in termini di tempi e costi processuali ridotti, ma si valuta nel grado in cui la mediazione riesce a “restaurare i fili lacerati della convivenza civile”, facilitare l’accesso a una giustizia riparativa e rigenerativa, e promuovere la crescita di cittadini consapevoli, formatori responsabili, operatori autorevoli e comunità relazionali più solide e aperte.

Il compito di ogni mediatore ‒ ma anche di ogni avvocato, scrittore e intellettuale ‒ è allora quello di farsi promotore di questa visione dialogica, olistica e rigorosa, proponendo un modo di essere e di lavorare che coniughi efficienza e profondità umana.

La mediazione così si connette a una prospettiva educativa e trasformativa, come suggerito da Nussbaum e ripreso da Cartabia nei suoi discorsi sulla “giustizia del futuro”.

 

[1] Paola Lucarelli, Le alternative alla giurisdizione, Editoriale scientifica, Trento 2021, pp. 31-45.

[2] Gian Luigi Gatta, La giustizia riparativa, una sfida del nostro tempo, in questa Rivista, 28 ottobre 2024.

[3] Tommaso Greco, La legge della fiducia. Alle radici del diritto, Roma-Bari, 2021

[4] Paolo Bettineschi, Etica del riparare, Morcelliana 2021.

[5] Sia consentito rimandare a quanto da me già documentato ne L’arte del mediatore dei conflitti, Giuffrè 2008; La formazione del mediatore, Utet 2013; Il valore della mediazione nella Riforma della Giustizia, Wolters Kluwer 2023.

[6] Roberto Bartoli, Una giustizia senza violenza, né Stato, né diritto, in Il senso della mediazione dei conflitti. Tra Diritto, Filosofia e Teologia, Giappichelli 2024