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  Opinioni  
27 Luglio 2026


La responsabilità dei ragazzi. Il fallimento degli adulti

Considerazioni a margine del disegno di legge governativo di riforma dell'imputabilità dei minori di età compresa tra 14 e 18 anni



Pubblichiamo di seguito per l'interesse, a margine della prospettata riforma della disciplina dell'imputabilità dei minori di età compresa tra 14 e 18 anni, un articolo del prof. Stefano Vicari apparso sabato 25 luglio su Corriere salute. Il prof. Vicari è Ordinario di Neuropsichiatria Infantile presso la Facoltà di Medicina dell'Università Cattolica del Sacro Cuore e dirige l’Unità Operativa Complessa di Neuropsichiatria Infantile dell'IRCCS Ospeda­le Pediatrico Bambino Gesù di Roma. In occasione del prossimo convegno nazionale dell'Associazione Italiana dei professori di Diritto Penale, in programma a Genova dal 22 al 24 ottobre 2026, sul principio di colpevolezza, il prof. Vicari presenterà una relazione dal titolo "Psicopatologia e criminalità minorile: oltre un’associazione troppo facile".

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1. Un ragazzo che aggredisce, rapina o compie un atto di grave violenza deve rispondere delle proprie azioni. Essere minorenni non significa essere autorizzati a fare del male o poter contare sull’impunità. Educare vuol dire anche insegnare che esistono limiti, che ogni comportamento produce conseguenze e che il danno arrecato agli altri non può essere ignorato.

Ma punire un ragazzo ha senso soltanto se, insieme alla sanzione, siamo disposti a intervenire sulle condizioni nelle quali quel comportamento è maturato e a fornirgli gli strumenti necessari perché non si ripeta.

Il disegno di legge approvato recentemente dal Consiglio dei ministri modifica il punto di partenza nella valutazione dei ragazzi tra i quattordici e i diciotto anni. La capacità di intendere e di volere verrebbe presunta, salvo prova contraria. Resterebbe possibile riconoscere un’immaturità o una compromissione del percorso evolutivo, ma sarebbe necessario dimostrarla caso per caso.

La questione, tuttavia, non può ridursi alla domanda se sia giusto punire. Occorre chiedersi quale risultato vogliamo ottenere. Se la pena serve soltanto a rispondere all’allarme sociale, può apparire efficace nell’immediato. Se vogliamo ridurre la violenza, prevenire la recidiva e proteggere davvero la collettività, la repressione da sola non basta.

Spiegare non significa giustificare. La marginalità sociale, l’abbandono scolastico, la povertà educativa, l’assenza di adulti affidabili, il consumo di sostanze e l’appartenenza a gruppi devianti non cancellano la responsabilità individuale. Ignorare questi fattori significa però rinunciare a intervenire sulle condizioni che possono favorire la violenza.

Esiste quindi anche una responsabilità degli adulti, delle istituzioni e dell’intera comunità.

 

2. Negli anni abbiamo progressivamente impoverito gli spazi nei quali bambini e adolescenti potevano incontrarsi, sperimentarsi e confrontarsi con regole e adulti significativi. Abbiamo ridotto le occasioni educative gratuite, lasciato sole molte famiglie e indebolito la presenza degli educatori nei territori più fragili. Troppe scuole chiudono nel pomeriggio e troppi quartieri non offrono sport accessibile, biblioteche, centri culturali, oratori, laboratori o luoghi nei quali un ragazzo possa sentirsi accolto e riconosciuto.

Abbiamo ridotto lo spazio delle esperienze e lo abbiamo lasciato occupare dai modelli più aggressivi e seducenti.

Quando mancano alternative credibili, il gruppo dominante può diventare l’unico luogo di appartenenza. La prevaricazione viene scambiata per forza, l’umiliazione dell’altro per prestigio, la violenza per coraggio. Il denaro facile, l’esibizione e il controllo del territorio diventano strumenti per ottenere riconoscimento. La rete può amplificare questi modelli, trasformando l’aggressione in spettacolo e la sopraffazione in una prova da esibire.

Non possiamo restringere gli spazi di socialità, formazione e partecipazione e poi sorprenderci se alcuni ragazzi cercano identità nei gruppi che propongono modelli fondati sulla forza. Non possiamo chiedere alle famiglie di affrontare da sole situazioni sempre più complesse e attribuire soltanto a loro la responsabilità quando qualcosa fallisce.

Questo non assolve chi commette un reato. Ci obbliga però a riconoscere anche la nostra parte.

Allo stesso modo, delinquere non significa necessariamente avere un disturbo mentale. Sarebbe sbagliato trasformare ogni condotta violenta in una diagnosi psichiatrica, così come sarebbe sbagliato ignorare condizioni di fragilità psicologica o di compromissione evolutiva quando sono realmente presenti. Occorre distinguere la psicopatologia dalla devianza, la vulnerabilità dall’incapacità e la comprensione dall’assoluzione.

Un minorenne non è semplicemente un adulto più giovane. È una persona ancora in formazione. Le capacità di prevedere le conseguenze, controllare gli impulsi, regolare le emozioni e resistere alla pressione del gruppo continuano a svilupparsi durante l’adolescenza. Questo non significa negarne la responsabilità, ma riconoscere che la risposta non può limitarsi all’applicazione di una pena.

La sanzione deve essere inserita in un progetto educativo e riabilitativo. Servono educatori di strada, servizi sociali, sostegno alle famiglie, contrasto alla dispersione scolastica, sport e formazione professionale accessibili, cura delle dipendenze e interventi tempestivi di salute mentale quando necessari. Il ragazzo deve essere aiutato a comprendere il danno prodotto, ad assumersene la responsabilità e a costruire modalità diverse di affrontare i conflitti e cercare riconoscimento.

Occorre soprattutto intervenire prima che il reato venga commesso. La prevenzione non comincia nel tribunale minorile. Comincia nei primi anni di vita, nella scuola, nei quartieri, nelle società sportive, negli oratori e nei servizi territoriali. Comincia offrendo ai ragazzi qualcosa per cui impegnarsi, adulti dai quali sentirsi riconosciuti e modelli alternativi alla sopraffazione.

La sicurezza dei cittadini e la tutela dei minori non sono obiettivi contrapposti. Recuperare un adolescente che ha commesso un reato significa anche evitare nuove vittime. Una pena priva di educazione può interrompere temporaneamente una condotta, ma difficilmente ne modifica le cause.

 

3. È giusto chiedere ai ragazzi di rispondere di ciò che fanno. Ma, mentre affermiamo la loro responsabilità, dobbiamo avere il coraggio di riconoscere anche quella degli adulti. Una società che riduce gli spazi educativi, impoverisce la scuola e abbandona le periferie non produce automaticamente criminalità, ma rende più facile che alcuni ragazzi non vedano altre strade.

La fermezza è necessaria. Per essere efficace deve accompagnarsi a politiche capaci di ridurre la marginalità, sostenere le fragilità e costruire alternative reali.

Punire senza educare può soddisfare il bisogno immediato di una risposta. Offrire opportunità, relazioni e appartenenza è più difficile, ma è l’unico modo per costruire sicurezza nel futuro.