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29 Gennaio 2026


Custodi della democrazia

Presentazione del libro “Custodi della democrazia. La Costituzione, le corti e i confini del politico” di Marta Cartabia (Egea, 2026)



Segnaliamo ai lettori un interessante libro della Prof.ssa Marta Cartabia, più che mai attuale per i temi trattati: "Custodi della democrazia. La Costituzione, le corti e i confini del politico" (Egea, 2026). Di seguito ripubblichiamo una presentazione del libro, a firma dell'Autrice, apparsa sul Corriere della Sera il 22 gennaio 2026. La Prof.ssa Cartabia, Presidente emerita della Corte costituzionale e ordinario di Diritto costituzionale nell'Università Bocconi di Milano, è stata eletta nel dicembre del 2025 Presidente della Commissione di Venezia, organo consultivo del Consiglio d'Europa in materia costituzionale.

 

«Le democrazie ricche e consolidate di norma non muoiono. Finché non muoiono». Così scrive uno dei più grandi studiosi di storia della democrazia, Josiah Ober, Premio Balzan 2025.

La storia mostra che la democrazia è sempre esposta al rischio di degenerare e anche il nostro tempo non ne va esente, se è vero, come è vero, che siamo entrati in una fase regressione democratica a livello mondiale. Dopo decenni di espansione delle democrazie in tutto il mondo nel secolo scorso, il tempo presente è ormai inequivocabilmente contrassegnato da una fase di recessione. Il Democracy Report 2025 del V-Dem Institute, che monitora l’evoluzione dei regimi politici a livello globale, segnala che soltanto il 28 per cento della popolazione mondiale vive oggi in Paesi classificati come democratici. La regressione non colpisce solo democrazie instabili o recenti. Sempre più spesso coinvolge anche democrazie di lungo corso.

La parola democrazia si sta impoverendo di significato. Nella nostra epoca, il rischio maggiore che corrono le democrazie, così bene identificato quasi due secoli fa da Tocqueville dopo il suo viaggio in America nel suo libro ormai classico, La democrazia in America, è quello della “tirannia della maggioranza”, dove la competizione democratica si risolve in un gioco in cui chi vince prende tutto. È una concezione di democrazia che confonde la «volontà della maggioranza» con la «volontà popolare». Ma il popolo parla sempre al plurale e la sua volontà è più articolata e variegata di quella della maggioranza che governa. Per questo, una democrazia “della maggioranza” è, per definizione, una insanabile contraddizione, come ricordava il Presidente della Repubblica a Trieste nel luglio 2024.

La generazione che ha attraversato i totalitarismi del XX secolo e che ha sperimentato gli orrori delle guerre mondiali conosceva questi rischi e sapeva bene che le democrazie sono creature fragili e hanno bisogno di essere custodite. Per questo, le democrazie nate o rinate nel secondo dopoguerra, tra cui la nostra, sono definite nel quadro di Costituzioni rigide che pongono limiti al potere, anche a quello democraticamente eletto, in due modi: affermando l’inviolabilità dei diritti della persona e tracciando la separazione dei poteri. Basti a proposito ricordare il noto art. 16 della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789: «Ogni società in cui la garanzia dei diritti non è assicurata, né la separazione dei poteri determinata, non ha Costituzione».

La preoccupazione principale di chi ha scritto la grammatica delle democrazie costituzionali, compresa la nostra, è assicurare che il potere si eserciti entro limiti predeterminati, a beneficio della vita della democrazia e della libertà di tutti: «La sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione». È la Costituzione, espressione a sua volta di una scelta democratica, a dettare le forme della sovranità popolare – dosando quelle rappresentative e quelle partecipative – e stabilirne i limiti.

Allo scopo di assicurare in concreto il rispetto di tali limiti, sono state istituite nuove istituzioni di garanzia: le corti costituzionali, chiamate a rendere effettiva l’idea che in una democrazia non tutto è possibile invocando la sola volontà popolare. Nate in Europa e poi diffusesi in tutto il mondo, queste istituzioni vigilano in modo indipendente sul rispetto della separazione dei poteri e sul rispetto dei diritti della persona, affinché l’esercizio del potere democratico resti nei binari pattuiti dalla costituzione.

Custodi della costituzione, custodi della democrazia.

La Corte costituzionale italiana, che quest’anno celebra il suo 70° anniversario, appartiene pienamente a questa storia e ha dato un contributo decisivo allo sviluppo della democrazia costituzionale nel nostro Paese. Lo ha fatto sin dalla sua prima pronuncia, nel 1956, rimuovendo alcune norme restrittive di matrice fascista che ostacolavano la libertà di pensiero, presupposto imprescindibile di una opinione pubblica consapevole e pietra angolare di ogni ordinamento democratico. Lo ha fatto promuovendo la tutela e il pieno sviluppo dei diritti della persona riconosciuti dalla Costituzione; garantendo e valorizzando il pluralismo politico e sociale; preservando il ruolo del Parlamento, sede della rappresentanza e prima garanzia dell’unità nazionale. Lo ha fatto, soprattutto, intervenendo in materia elettorale al fine di mantenere un corretto equilibrio tra le esigenze della governabilità e le esigenze della rappresentatività, solo per accennare ad alcuni esempi.

Oggi le democrazie sono a rischio soprattutto laddove si perde il senso e il valore del limite al potere. Una immensa quantità di risorse politiche, tecnologiche e finanziarie si sta concentrando in capo a pochi soggetti che sembrano essere nelle condizioni di poter decidere in pochi istanti delle sorti del mondo, nel bene e nel male. Sotto la spinta dell’urgenza delle decisioni, i governanti, una volta eletti, percepiscono gli argini stabiliti dal diritto, costituzionale e internazionale, come fastidiosi intralci all’efficacia dell’agire.

Non è un caso che, nell’epoca contemporanea, il declino della democrazia si accompagni spesso a un indebolimento delle corti costituzionali. In molti Paesi – anche a noi vicini – esse sono divenute bersaglio di campagne di delegittimazione e di riforme volte a ridurne l’indipendenza, a controllarne la composizione, a limitarne le competenze, a condizionarne l’azione. In Europa, i casi della Polonia (2015 e il 2023) e dell’Ungheria sono emblematici. Ma nessuno può ritenersi davvero al riparo da queste possibili degenerazioni. È significativo che, in Germania, alla fine del 2024, sia stata approvata una riforma costituzionale per rafforzare e proteggere l’indipendenza della Corte federale di Karlsruhe: un atto di lungimiranza istituzionale, una forma di manutenzione della democrazia costituzionale in tempi di regressione.

Indebolire l’indipendenza dei custodi della costituzione sbilancia l’architettura dei poteri e non giova alla politica democratica. Esprime, piuttosto, una insofferenza verso il limite al potere, che è condizione di sostenibilità della democrazia costituzionale contemporanea. Lo ha affermato con nettezza di recente la nostra Corte costituzionale in riferimento al divieto di terzo mandato: «la democrazia moderna può funzionare solo con o attraverso limitazioni che siano predeterminate come legittime e ragionevoli» (sentenza n. 211 del 2025). Ciò è tanto più vero oggi, in un contesto segnato dalla tendenza alla personalizzazione e all’accentramento del potere politico da parte di leader investiti direttamente con mandato popolare, rispetto ai quali, dice la Corte, «ricorre l’esigenza democratica di bilanciare il rischio, insito nell’investitura popolare diretta, di spinte plebiscitarie e di una concentrazione personalistica del potere».

In assenza di limiti, il potere si trasforma in dominio, violenza, sopraffazione. Smarrire il senso del limite è una forma di hybris, che già gli antichi indicavano come il principale nemico della democrazia: Edipo Re, dal fondo del tempo, ci ricorda che «la hybris genera tiranni».