Pubblichiamo di seguito un articolo a firma del Prof. Michele Papa pubblicato lo scorso 20 giugno sul quotidiano Il Riformista.
La riforma della violenza sessuale si è fermata davanti a un bivio: punire l’atto sessuale compiuto senza consenso, oppure quello compiuto contro la volontà della persona. La Camera aveva scelto la formula del “consenso libero e attuale”; al Senato sono emersi dubbi e resistenze.
Il modello fondato sul consenso coglie meglio il valore in gioco. Dice che la sfera sessuale appartiene alla persona e che nessuno può accedervi senza una sua libera adesione. Il rischio, tuttavia, è spingere il processo verso la sola indagine psicologica sulla volontà della vittima, indagine difficile sia sul piano probatorio, sia perché, talora, il consenso non si manifesta in modo chiaro, esplicito, riconoscibile.
Il modello costruito sul dissenso presenta però un limite molto più grave. Rimane vicino alla vecchia logica della costrizione: come se l’offesa alla libertà sessuale esistesse solo quando la vittima abbia opposto una resistenza percepibile. Finisce per porre a carico di ciascuno l’onere di respingere, reiteratamente, gli approcci sessuali indesiderati. L’impasse è politica, ma non solo. Occorre sì scegliere quale messaggio culturale inviare ai consociati, ma bisogna anche scrivere, per giudici e pubblici ministeri, una norma capace di indicare con precisione a quali condizioni una persona possa essere punita. Difficile: la violenza sessuale intreccia corpo, volontà, relazione, contesto e prova processuale. Le vecchie categorie della costrizione vedono solo una parte del fenomeno. Ma anche la formula “senza consenso”, da sola, rischia di non bastare. L’offesa sta nell’assenza di consenso; tuttavia, questo concetto va reso concreto, occorre conferirgli una forma: immaginarlo come spazio di autodeterminazione sessuale della persona. L’interazione sessuale è illecita quando taluno entra in tale spazio senza che l’altro lo autorizzi; mancando una libera partecipazione, si tratta l’altro come corpo disponibile, presenza muta, volontà aggirata o resa irrilevante.
La legge dovrebbe prendere atto di tale complessità dinamica. Non limitarsi a indicare il consenso, né pretendere un dissenso manifestato, ma descrivere, con parole controllabili dal giudice, quando l’interazione sessuale diventa violazione dello spazio di autonomia sessuale altrui; quando uno dei soggetti trascina l’altro dentro una dimensione intima senza che questi vi abbia preso parte come persona libera. La legge dovrebbe ragionare per sequenze relazionali dinamiche, per sceneggiature narrative; non proporre solo concetti astratti. La violenza sessuale è spesso il risultato di un’interazione che evolve: un incontro, un’iniziativa sessuale, la mancata percezione dell’altro come soggetto partecipe, l’assenza di segnali positivi di adesione libera, la prosecuzione dell’azione nonostante tale assenza, fino all’imposizione dell’atto. La struttura dell’offesa sta nel modo in cui la relazione si sviluppa e si trasforma in lesione della libertà sessuale.
Serve un salto di qualità nel linguaggio della legge. Occorre un deciso rinnovamento espressivo e stilistico. Bisogna descrivere forme di relazione, sequenze tipiche, configurazioni dinamiche dell’interazione umana; forse anche le nuove tecnologie potranno aiutare la scienza giuridica a rappresentarle con maggiore efficacia. La legge deve dare forma giuridica alla libertà sessuale, senza ridurla né a un consenso invisibile né a un dissenso necessariamente gridato.



Michele Papa